gli uomini che uccidono le donne…

Ascolto la polemica innescata dalla giornalista Palombelli, la quale suggerisce di riflettere sull’atteggiamento provocatorio ed esasperante che alcune donne manifestano di fronte all’uomo che, poi, in alcuni casi le ucciderà. Non credo che Barbara Palombelli abbia inteso giustificare i loro assassini ma ha posto in evidenza un pensiero che, proprio numerosi masculi, tendono a strumentalizzare nei momenti in cui la loro violenza verbale o fisica esplode, per poi tornare alla richiesta di “perdono, non lo faccio più” appena passata la tempesta.

Fino a non moltissimi anni or sono vigeva l’istituto del matrimonio riparatore che estingueva il reato della violenza carnale in danno di una minorenne, allo stesso modo ci si poteva appellare al delitto d’onore per attentuare la pena in caso di corna lavate col sangue a tutela della propria “provocata” reputazione, senza dimenticare che fino alla abrograzione del 1968 la moglie adultera commetteva un reato penale punito con la reclusione.

Dagli anni settanta in poi è iniziato un processo di mutamento dei diritti della donna, dal divorzio alla libertà sessuale, tali da consentire l’evoluzione della emancipazione femminile mentre, al contrario, la forma mentis maschile non ha superato quegli schemi che, ancora oggi, impongono a molti sedicenti uomini quella debolezza relazionale rappresentata dalla immaturità emotiva e dalla incapacità di tollerare una frustrazione.

Al netto dei soggetti patologici e dei criminali incalliti, occorre chiederci i motivi per i quali un uomo ordinario si trasforma nell’assassino della propria moglie, fidanzata, compagna o amante atteso che la maggior parte dei casi di femminicidio avvengono nel circoscritto perimetro delle relazioni familiari, amicali o d’ambiente.

Proprio l’intolleranza alla frustazione potrebbe essere la risposta, non giustificativa, per le dinamiche omicidiarie poste in essere dagli assassini in tal senso rituali, non perchè sono dei serial killer bensì per la ritualità tipica di questa forma di reato perchè ha sempre le stesse ragioni e gli stessi meccanismi ma, ciò nonostante, non si riesce a prevenirli con la denuncia oppure con la cultura della tutela della donna.

Ho quattro figli, un maschio e tre femmine, questo significa teoricamente che potrei essere il padre di tre potenziali vittime e di un potenziale assassino; mi chiedo quindi cosa posso fare per prevenire che un pensiero così terribile possa mai concretizzarsi e, oltre ad addestrare la prole alla difesa personale fisica, li educo insieme a mia moglie Sara anche alla gestione della frustrazione, dello stress e soprattutto ad accettare il NO! rinforzando così la loro capacità di tollerare proprio la frustrazione stessa, provata di fronte ad una negazione, ad un ostacolo, ad una sofferenza fisica ed emotiva.

Imparare a tollerare la frustrazione è un esercizio educativo importante, specialmente per noi masculi duri e puri che ci siamo ritrovati almeno una volta nella vita a sbattere i pugni contro un muro o contro un tavolo, a dare un calcio ad una porta finanche a colpire una donna; per comprendere così che questa forma di debolezza non può essere giustificata nemmeno dall’aver subito una grande provocazione o per l’essere stati esasperati dal comportamento altrui.

Un uomo ha sempre una scelta, anche quella di rinunciare ed andarsene offrendosi così delle altre opportunità laddove la relazione con una donna è sostanzialmente nociva ed infelice ma, invece di agire questa libertà, finiamo con il diventare prigionieri della nostra immaturità relazionale ed emotiva e schiavi della intolleranza che, in alcuni casi, supera il conflitto verbale, supera il pugno sul tavolo, supera il calcio alla porta e raggiunge le mani al collo fino a soffocare ed uccidere una moglie, una fidanzata, una compagna, una amante.

Se tutto si potesse ricondurre alla sola esasperazione, molto probabilmente ci sarebbe una immensa distesa di suocere uccise ma questo non accade, per cui è importante per gli uomini iniziare a porre in discussione la propria mentalità, il proprio stile relazionale, la qualità delle emozioni e del rapporto con una donna e con le donne in generale.

Noi genitori abbiamo il dovere e l’opportunità di educare i futuri adulti alla qualità emotiva delle relazioni sin da bambini, specialmente nella epoca attuale in cui il facile commercio dei sentimenti ha sostituito l’alto prezzo dell’Amore, perchè amare sul serio richiede il sacrificio di farlo ad iniziare dal porsi in discussione senza il rifugio nel mendacio.

I sentimenti, le emozioni, le sensazioni legate al rapporto uomo-donna sono quindi alla base delle ragioni dei numerosi femminicidi, ivi compresa la sfera sessuale che per noi masculi rappresenta un vero e proprio tarlo evolutivo ad iniziare dalla fuga dalla nostra latente omosessualità.

Essere un maschio non significa essere un uomo, molti di noi sono delle mere gocce di sperma dal battito cardiaco che impoveriscono l’umanità con la loro ignoranza, la loro violenza, il loro disprezzo verso la vita umana e, per questo, la legge e la giustizia hanno gli strumenti idonei per, tentare, di prevenire i loro agiti e per punirli dopo aver commesso il fatto. Tutto questo non basta per fermare il massacro delle donne, uccise da noi uomini e non dal “diverso” o dal sempre utile “uomo nero”.

Vivere una relazione con una donna significa conoscersi e riconoscersi attraverso l’altra da noi, questo sin da bambini e soprattutto sin dalla prima adolescenza quando la sfera sessuale manifesta i propri impulsi che vanno a miscelarsi ai nascenti sentimenti ed alle emozioni, da non confondere con le sensazioni.

Noi masculi italici siamo stati abituati sin da ragazzini al terribile sostantivo della “conquista” laddove siamo capaci di “metterci insieme” alla più bella della classe o alla ragazzina di cui credevamo di essere innamorati o, più verosimilmente, ci attraeva fisicamente. Ai miei tempi (il tempo delle mele) la scuola era il bacino naturale in cui tutto questo accadeva, tra biglietti scritti a mano e fughe dalla classe per raggiungere il bagno in cui “fare franella” nella speranza di superare il solo cosiddetto petting per non avere nella lingua la fastidiosa peluccheria del solo abbigliamento di quegli anni.

Adolescenza, durante la quale scoprire e sperimentare, tra madri comprensive di ritrovare il Postal Market con le pagine dell’intimo appiccicate e quelle invece mortificanti che castravano il figlio maschio al primo schizzo sul lenzuolo buono, fino ai padri che temevano ogni eventuale deriva omosessuale e tutto questo ha agito ed agisce sulla capacità di tollerare la frustrazione di un futuro adulto proprio nel confronto con una donna, specialmente se emancipata ed autonoma.

Siamo cresciuti, noi masculi, con la mentalità dei nostri nonni e dei nostri padri, tra delitti di onore e virtù sessuali della conquista, fra le donne oggetto da classificare in donnacce e quelle da sposare che non potevano in alcun modo esprimere la loro energia anche sessuale, finendo con il farlo con gli amanti occasionali e dando vita al circuito della ipocrisia e della falsità dei sentimenti, caratterizzati appunto dalla immaturità relazionale.

Crescendo, con le esperienze e con la maturità, molti di noi hanno raggiunto l’equilibrio e trovato la serenità, altri persistono a fare i masculi da conquista ed altri ancora sono rimasti prigionieri di una mentalità che impone loro di considerare la donna un possesso, un oggetto e, tra questi, anche chi ucciderà perchè incapace di tollerare la frustrazione di un “no” o del distacco.

Ecco perchè ritengo assolutamente importante educare mio figlio maschio alla tolleranza e le mie figlie femmine alla autonomia, qualunque sia il loro futuro indirizzo sessuale o relazionale.

Li educo alla qualità delle emozioni e li addestro per sapersi difendere, senza confondere l’educazione con l’addestramento.

Noi uomini adulti siamo rimasti in gran parte immaturi, deboli, piccoli anche se abbiamo i muscoli ed i tatuaggi ma sempre incapaci di porci in discussione, incapaci di trovare una mediazione in un conflitto, protesi a colpevolizzare la donna per giustificare il nostro vittimismo e la vittimizzazione degli eventi, anche quando la donna la uccidiamo appellandoci alla esasperazione in generale.

Chi non ha avuto una esperienza con una fidanzatina possessiva ed ossessiva, lasciandola. Chi non ha avuto una relazione con una donna iperfastidiosa in stile “socio ACI” fino a fuggire e, chi, non ha avuto l’esperienza delle corna da parte della fidanzata o della moglie stanca di essere costretta al “santo spirito” e felice della schiena dell’arrotino cinghialone, oppure chi non ha avuto una suocera mortificante. Ma ne siamo usciti in un modo o nell’altro imparando dalle esperienze e migliorandoci, sia nel meritarci una relazione più sana che nel porre in discussione i nostri agiti, senza ammazzare nessuno.

Chi uccide una donna è un misero debole, non un uomo, solo un maschio. Spesso in fuga dalla propria latente omosessualità, incapace di sostenere un confronto e di tollerare una frustrazione e, questo, indipendentemente dal suo spessoro sociale.

La violenza non è mai una risposta ma una fonte di domande, alle quali occorre trovare un significato sociale e culturale. Specialmente nella epoca attuale dove youporn ha sostituito il postalmarket nella vita dei ragazzini e delle ragazzine, in cui i cinquantenni ed i sessantenni maschi rincorrono la propria gioventù e le coetanee donne confliggono con la bellezza delle loro figlie.

Occorre perciò porre in discussione uno stile di vita emotivo e relazionale, se non vogliamo coltivare una infanzia di futuri frustrati, tra i quali, chi continuerà ad uccidere le donne…

Fabio Piselli

il Blog della Famiglia Piselli è una pubblicazione seriale ed un prodotto editoriale tutelato dalle normative vigenti in materia di diritto di autore. Sara e Fabio Piselli, autori editori, autorizzano comunque i lettori a copiare gli articoli e pubblicarli in altri siti o nelle piattaforme sociali, con la preghiera di non farne oggetto di lucro, di non cambiare la struttura originale e di non mutarne il significato, citando cortesemente la fonte.

vai alla pagina delle privacy policyvai alla identità dell’impresavai alla sicurezza del sito

Famiglia Piselli, di Sara Moi Piselli – Partita IVA 01705840088 – cciaa IM rea 226502 – TUTTI I DIRITTI RISERVATI