la talebanizzazione della pace…

La Sardegna è una delle nostre mete fisse, non solo perchè sono sarda ma anche e soprattutto per offrire ai nostri figli l’opportunità di conoscere le meraviglie di una Isola ben diversa da quella esclusivamente turistica.

Capita, una volta giunti al mio paese di nascita, di incontrare dei vecchi compagni di scuola tra i quali chi ha intrapreso la carriera militare ed ha vissuto le esperienze in Afghanistan, il quale con Fabio ha iniziato un interessante confronto in alcuni momenti anche particolarmente acceso perchè il mio buon marito ha idea della pace ben diversa da chi persiste nel parlare di “missioni di pace”.

Nel mezzo di questa discussione, durata più incontri e accompagnata dal buon cibaggio sardo, è giunta la notizia della caduta di Kabul e del fuggi fuggi degli occidentali contestualmente al ritorno dei talebani, trovando tutti non particolarmente sorpresi quanto delusi e con il pensiero immediatamente rivolto alle numerose vittime tra i militari di ogni bandiera e quelli italiani ed i civili caduti nel corso di questi anni.

La politica della guerra è una equazione complessa da risolvere con la sola matematica del consenso, occorre conoscere varie formule talvolta segrete per comprendere che il risultato darà sempre una media accettabile e mai una cifra comprensibile ai più, specialmente a chi percepisce le ragioni di una entrata in guerra come l’investimento di vite umane per mutare un sistema ed abbattere un regime e, invece, si ritrova ad osservare lo stesso regime prendere ora possesso della pace.

Ascolto quanto i politici italiani ed il presidente americano commentano rispetto alle ragioni per le quali tutto questo accade, ne interpreto la capacità acrobatica di tutelare il minimo sindacale della dignità rimasta e mi complimento con loro per attivare il tipico meccanismo della difesa del proprio ufficio tanto da rappresentare la sconfitta come una non-vittoria e, questa, è l’intelligenza della politica stessa.

Ascolto mio marito Fabio, il mio amato consulente privato del tutto gratuito che ricompenso permettendogli di andare a funghi ogni tanto, ma solo a porcini, il quale ha espresso un pensiero di cui ho fatto il titolo di questo odierno articolo: “la talebanizzazione della pace”.

Sono infatti fermamente convinta che i talebani abbiano preso possesso della pace per rifarsi una verginità politica, con l’avallo delle grandi potenze e dei paesi gregari come il nostro, quelli che hanno lasciato una immensa scia di sangue dei propri militari nella annosa missione in Afghanistan e che adesso fuggono lasciando una nutrita quota di mezzi ed equipaggiamenti sul terreno, salvo quelli che qualcuno delle forze speciali ha fatto saltare prima di imbarcarsi sull’ultimo aereo che ha lasciato Kabul ma è facile ipotizzare che tutti i militari afghani che sono stati ben addestrati dagli occidentali si misceleranno ai reparti talebani arricchendone l’esperienza operativa, al netto di coloro che invece andranno a fare i partigiani per combattere ancora contro il secondo governo talebano.

Osservo i rappresentanti del potere talebano, ne riconosco le espressioni tipiche di chi non vede l’ora di togliersi il finto burka della pace per imporre quello vero alle donne, le quali sono le reali vittime di una pace tradita da chi ha fatto del loro burka un vero e proprio spogliarello politico del consenso raccontandoci per anni di aver riportato la libertà in Afghanistan per poi apparire in televisione per dire sostanzialmente che i talebani sono ora meno sporchi, meno brutti e meno cattivi ma, tutto ciò, potrebbe solo dipendere dal fatto che il loro esercito indossa l’equipaggiamento dei nostri eserciti, abbandonato sul campo.

Fabio, ex paracadutista, ed il mio vecchio compagno di scuola ancora in servizio nelle forze armate, non sono riusciti a giungere ad una mediazione tra chi ben conosce il sistema militare e comprende le esigenze superiori della politica geostrategica, finendo col discutere solo di su proceddu arrostiu e di quanto la cotenna dovrebbe essere croccante proprio per trovare un comune motivo di pace.

La storia ci insegna che quando gli esportatori di democrazia non riescono ad imporla lasciano il campo al tiranno, sostenendo con l’intelligence e con piccoli nuclei di commandos le locali resistenze e magari tra un’altra ventina di anni avremo i soliti politici occidentali chi si vanteranno della rivincita dei ribelli quando i talebani saranno di nuovo sconfitti.

Viva i talebani abbasso i talebani, con i quali l’industria che vive di guerra sta già facendo affari nella speranza di indebolire le loro barriere trasformandoli nei soliti corrotti di sempre. Il problema consiste nel fatto gli apparenti barbuti si accontentano di poco e, quel poco, impedisce anche le minacce di un eventuale embargo atteso che l’Afghanistan necessita di tutto ma le grandi potenze come la Cina, per esempio, quel tutto lo hanno già in tasca e la politica dei corrotti parte così già sconfitta.

Una non-vittoria che pesa su tutti, sui morti e sui caduti ma, noi, società civile, abbiamo già rimosso la storia per creare un nuovo mendace futuro di pace, indossando solo un hiyab sulle nostre coscienze e non certo quel terribile burka che non siamo riusciti a sconfiggere…

Sara Moi Piselli

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