le stragi e il collimatore istituzionale…

Negli ultimi anni sono tornato raramente in Sicilia ed altrettanto raramente mi reco nei luoghi simbolo delle stragi se non quella di Capaci per ovvie ragioni di transito sulla strada, ove tendo a rallentare e fare il saluto militare anche se sono in congedo da tantissimi anni, una sorta di residuo psicologico dell’uniforme limbica. Lascio spazio ai giovani ed a coloro che sempre più frequentamente diventano degli attivisti veri e propri nel sostenere le associazioni antimafia in generale, oppure quelli che riferiscono ai movimenti dei familiari superstiti delle vittime delle stragi in particolare.

E’ fortunatamente mutata la sensibilità della collettività verso la lotta alla mafia che, in alcuni aspetti, somiglia ad un teatro di guerra nel quale le vittime oltre quelle perite negli attentati non sono così palesi come nelle battaglie simmetriche ma muoiono lentamente per le ferite della denigrazione, del riduzionismo, della de-personalizzazione, delle false accuse che si dimostreranno tali sono dopo troppi anni, del mascariamento e spesso dell’isolamento che ne consegue anche da parte dello Stato, se trattasi di soggetti che vi hanno lavorato nei reparti militari e di polizia per esempio.

Nel corso della mia esperienza ho potuto evidenziare un aspetto paradossale se non tipico dei traumi abbandonici, ove il soldato o il poliziotto o il carabiniere tradito da tutto ciò in cui credeva, persiste nel difendere quei valori nei quali si era identificato, pur sapendo che spesso sono solo il contenitore vuoto degli ideali d’attrazione.

Lo fa per tutelare se stesso contro la sofferenza di una presa di coscienza verso una identificazione mendace, con il rischio di crollare sotto questo peso e perchè è convinto che dentro lo Stato vi sia un potente nucleo di gente perbene, invece resa impotente da un nutrito manipolo di malfattori che, nello Stato, tutelano degli interessi diversi da quelli istituzionali.

Molto spesso, anche nel corso di alcuni interrogatori, ho desiderato definire la differenza tra i colleghi marci che erano nello Stato e, noi, dello Stato, magari anche quelli come me bollati e caduti in disgrazia ma rimasti fedeli al giuramento alle istituzioni, alla gente, alla collettività che forma lo Stato e non una fedeltà alla politica protempore oppure al solo fregio del reparto di appartenenza, bensì allo Stato nel quale abbiamo creduto ed in cui crediamo, credo, ancora.

Credo infatti nella collettività, nella gente semplice, nelle persone che sanno di onesto perchè hanno imparato a riconoscere il dolore della disonestà, anche quello che prova il mafioso nell’essere tale perchè è costretto a simulare una potente arroganza di gioia per scacciare i mostri della realtà dell’essere solo un criminale, anche se si camuffa nelle istituzioni.

Ricorre l’anniverario della strage di via D’Amelio, come è pubblicamente nota, la quale si porta dietro ancora tutti i segreti che caratterizzano questa, come le altre stragi, che hanno condizionato l’evoluzione democratica del nostro strano paese sin dal primo dopoguerra.

Segreti sui quali le numerose indagini storiche e quelle più attuali stanno ancora indagando, per venire a capo di un labirinto concentrico di cui non si conosce il metodo per evitare di girare in tondo, come accade da anni. O meglio, sono molti ormai i magistrati che hanno compreso ma non hanno le prove e dico questo senza nessun riferimento a Pasolini ma alle procedure investigative di polizia giudiziaria che non riescono a fornire alla Procura procedente quel quid probatorio utile per un rinvio a giudizio e, se questo accade, idoneo altresì per sostenere il dibattimento processuale, luogo ove le prove si formano concretamente oppure si sgonfiano al primo controesame di un testimone mendace o di un collaboratore strumentale.

I magistrati hanno per fortuna il dovere di indagare nel pieno rispetto delle procedure, al netto di qualche scafatezza di mestiere che rasenta il confine dell’illecito ma il cui peso è nulla in confronto alla mole delle carte progressivamente costituite in punta di diritto; questo significa che il rispetto delle regole richiede il giusto tempo ed un corridoio operativo obbligato per giungere a dei risultati investigativi degni di un tribunale e non solo per qualche encomio da mostrare in ufficio, oppure per le interviste ispirate al “c’eravamo quasi ma non ci siamo riusciti”. Pensieri simili al cippo situato in Egitto, a Quota 33, una bassa collina sulla strada verso Alessandria ove si può leggere “Mancò la fortuna, non il valore!”.

Sappiamo tutto della storia delle stragi siciliane e continentali, ma non riusciamo a provarlo nel corso di un processo che necessita di risultare talmente blindato nella verità che nessuna successiva emersione di dichiarazioni varie o di memoriali montenevosiani possa mettere in discussione, con il rischio di rivedere ciò a cui assistiamo da decenni, ovvero la rincorsa alla verità sulle stragi in base alle teorie, alle nuove memorie di vecchi pentiti, al bel lavoro di qualche magistrato coraggioso e della sua PG ma sempre nei limiti dello “speriamo di arrivare alla Cassazione con una sentenza coerente”.

Nel frattempo i testimoni, anche quelli di difficile gestione, restano appesi ad un filo con tutti i rischi conseguenti sotto ogni profilo, specialmente in danno di coloro i quali si dichiarano indipendenti come chi scrive, ovvero offrono la massima collaborazione senza essere eterodiretti o guidati dalla necessità di un valore testimoniale utile per rinforzare una indagine.

L’indipendenza non è perciò una arrogante presa di posizione basata sulla supponenza del credere di essere dirimenti in qualche modo, ma la piena coscienza dell’umiltà dell’esperienza che sprona a non farsi gestire dal giusto sacrosanto bisogno degli inquirenti di una potenziale notizia da documentare prima del rinvio a giudizio, invece meglio spendibile e con un peso specifico all’interno di un dibattimento nel corso della formazione della prova.

Quando, in un paio di occasioni, ho detto a chi mi interrogava che mi sarei riservato di meglio esporre una risposta solo durante un processo, se chiamato a testimoniare, questo non era una sfida agli inquirenti per dire vediamo se siete bravi ad arrivarci, al processo. Al contrario, mirava a tutelare delle potenziali notizie utili contro l’inquinamento delle prove posto in essere da chi, nello Stato, ha il preciso ruolo di interdire le notizie testimoniali prima che arrivino al processo.

Questo non è il classico depistatore o colui coinvolto in qualche trattativa e, tantomeno, il poliziotto o carabiniere dal doppio lavoro che passa le notizie al galoppino dei boss mafiosi, ripagato in qualche modo.

In questo caso la persona che impedisce ai magistrati di raggiungere un risultato probatorio degno di un processo, lo definisco essere il “collimatore”.

La figura del collimatore prende forma prima della strage, nel corso della strage e dopo la strage ed il suo scopo è quello di offrire a chi indaga una ampia serie di falsi bersagli, di coordinarli verso un’appetibile indirizzo investigativo, il quale perderà peso sia in un eventuale processo che ancor prima di raggiungere il dibattimento.

Il collimatore è un fine psicologo e non un affannato depistatore, è consapevole che molti poliziotti e qualche magistrato, pur di non perdere il valore della propria inchiesta, sfioreranno la tentazione di superare i limiti della scafatezza di mestiere e raggiungeranno l’illecito che il più delle volte farà cadere anche il buono di una inchiesta.

Un pentito da quattro soldi sarà così avvalorato per offrire il giusto spessore ad una inchiesta, allo stesso modo il collaboratore di giustizia più inserito nei meandri degli ambienti massomafiosi che rasentano i servizi cosiddetti deviati, sarà trasformato in una sorta di stratega del ramo militare delle mafie, oltre i gruppi di fuoco o chi preme il telocomando delle stragi, oppure si convince di averlo fatto perchè portato a crederlo sul serio, dicendosi ho premuto ed ha fatto boom senza sapere che, forse, il suo era solo un aiwa senza impulsi ed il vero botto lo hanno diretto dei livelli diversi dal mero gruppo presente nei pressi della strage.

Il collimatore conosce il mestiere ed ha dalla sua la psicologia operativa degli uffici delegati alle indagini, ora i Ros ora la Dia oppure le altre agenzie più specializzate, tanto che è ben consapevole di cosa lasciar trovare, cosa far dire, cosa togliere, cosa far credere fino a gestire addirittura gli argomenti della lotta antimafia, creando da nulla un oggetto misterioso scomparso oppure manomesso che avrebbe potuto far conoscere tutta la verità.

Il suo potere è dato dalla sua visibilissima invisibilità, non perchè non lo si vede bensì per la ragione che nessuno lo cerca.

Con la massima umiltà ma anche nel rispetto della mia storia e di quel pizzico di intelligenza forse donata dall’esperienza, nel confronto con gli inquirenti è capitato di rasentare la provocazione laddove mi sono permesso di rispondere ad un quesito con un altro quesito, basato sul profondo significato del: “e, se così non fosse?”.

Questo non per mettere spavaldamente in discussione il buon lavoro svolto dagli inquirenti ma, proprio, per accompagnarli alla stessa domanda sulla quale il cosiddetto collimatore basa tutta la sua gestione eterodiretta dell’inchiesta, senza che gli stessi procedenti le indagini sappiano della esistenza di un inquinamento del genere e di cotanto spessore.

Se si parla di menti raffinatissime, orbene, il collimatore è una di queste, il quale non nasce genio e come tale è arruolato dalla spectre ma, al pari di molti altri, si arruola credendoci in qualche amministrazione di polizia, militare o d’intelligence e strada facendo è cooptato in un circuito sottointegrato a quello dello Stato, nello Stato quindi, grazie alle caratteristiche compatibili con i requisiti richiesti per far parte delle menti più raffinate, parte quindi di una guerra psicologica non priva però dei grandi botti.

Sono fermamente convinto che sia assolutamente indispensabile giungere a confrontarsi con uno di questi collimatori che, non sono solo la cerniera di congiunzione tra un livello ed il livello superiore di una filiera marcia nello Stato ma, rappresentano invece, il punto forte di saldatura tra questi livelli, distrutto il quale, crolla tutto il sistema.

Puntare perciò, sul collimatore, significa puntare al cuore dell’antistato

Fabio Piselli

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