due parole su faccia da mostro…

Molti anni or sono un alto magistrato della Procura Nazionale Antimafia, nel corso di un colloquio investigativo, mi chiese se avessi mai conosciuto “faccia da mostro” o se tra i miei ex colleghi vi fosse stato qualcuno compatibile con una simile descrizione.

Non ho mai conosciuto Giovanni Aiello, descritto appunto come faccia da mostro a causa di una ferita al volto che gli ha lasciato una cicatrice tale da non passare inosservato, ne ho conosciuto le gesta tramite le attività indagatorie e la letteratura ma personalmente non ho mai incontrato nemmeno di sfuggita questo personaggio, deceduto qualche anno fa.

Ricordo bene il periodo, 1989 1990, in cui furono uccisi Antonino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, poi Emanuele Piazza che conobbi una sola occasione e con il quale parlai di Lotta Libera e Greco Romana per i pochi minuti durante i quali ci siamo trovati per caso in attesa sullo stesso pianerottolo in una via di Palermo, seppi della sua scomparsa qualche mese dopo per poi essere ucciso e, come tutti gli altri, immediatamente mascariato; una tecnica che ha sempre dato il risultato sperato perchè agisce sulle dinamiche sociali dell’ignoranza e trova sempre spazio nei pertugi della vigliaccheria delle persone, tutte, compreso i colleghi ed i cosiddetti “fratelli” ovvero i colleghi più stretti.

Fu un periodo importante il 1989, stava crollando il Muro di Berlino portandosi giù le alleanze della Guerra Fredda e nel nostro strano paese si era già innescato da qualche tempo un processo di mutamento all’interno degli apparati dello Stato, reduci degli anni di piombo e protesi a slacciarsi dalla vecchia guardia di capi e gregari dagli intenti “rivoluzionari” per compattare una nuova generazione di ufficiali e sottufficiali dei vari corpi militari e di polizia, sempre politicamente destrorsi ma con mire stabilizzanti minori rispetto ai loro superiori ed “anziani” ormai in pensione mentre, quelli ancora in servizio, si sono dimostrati capaci di adeguarsi ai tempi rinforzando i progetti di destabilizzazione ma con dei confini più perimetrati e localizzati rispetto alla precedente strategia della tensione.

Per fare tutto ciò furono organizzate delle “bande” di operatori o ex operatori dei corpi dello Stato per porre in essere dei feroci atti criminali in alcune regioni, mentre in altre furono delegate quelle entità criminali organizzate sia perchè avevano il controllo del proprio territorio che per portare alcuni loro esponenti ad un livello superiore, ovvero aumentare lo spessore di quella cerniera che vi è sempre stata tra le cosiddette mafie e lo Stato non solo per il tramite di qualche politico o di qualche massone ma, in questo caso, grazie alle normali attività di polizia e d’intelligence che consentivano di avere dei rapporti di conoscenza e di reciproca collaborazione tra i buoni ed i cattivi. Individuando e rinforzando coloro più idonei per partecipare, anche inconsapevolmente, al disegno più ampio di destabilizzazione che vedeva da un lato una persuasiva opera di una nuova politica identitaria meridionale e non solo nordica e, dall’altro, le azioni di fuoco contro i simboli dello Stato, quasi fosse una sorta di linguaggio comunicativo non verbale come l’uccisione di più carabinieri in diverse occasioni, senza un apparente motivo legato ad un atto criminale in corso oppure ad una vendetta, fino alla eliminazione di poliziotti o ex tali “se-dicenti” collaboratori dei servizi ed immediatamente descritti come millantatori e mascariati, buttando le cause della loro morte in pasto ai discorsi di corna o di similare ambiguità.

I personaggi come faccia da mostro hanno sempre fatto parte di quella area esterna di collaboratori di questi stessi apparati o dell’intelligence, sia per le proprie capacità info-operative che per le connessioni personali con dei soggetti che avevano o hanno assunto un ruolo apicale recuperando così i propri uomini di fiducia, anche se già congedati dalle armi o dalle forze di polizia, donando loro un incarico ausiliario o esterno oppure lasciandoli nel limbo della segretezza e, proprio in questo istmo, è nato in quegli anni un sostanziale vivaio di soggetti che si sono letteralmente fatta la guerra tra loro.

Come tutte le guerre, anche in questo caso, erano i poveri a combattere per i ricchi, nel senso che ogni singolo operatore in tal senso era debole e vulnerabile, quindi povero, perchè non rappresentava nè un agente esterno nè un consulente ausiliario e tantomeno poteva qualificarsi come fiduciario di un questore o di un colonnello per esempio; ed è corretto ipotizzare che alcuni funzionari di polizia ed alcuni ufficiali dei carabinieri operativi nei luoghi a maggiore rischio, oltre a chi gravitava nell’intelligence, si fossero coltivati un uomo di fiducia esterno per tutelarsi anche dai propri colleghi, atteso il clima di confusione che vi era negli stessi loro apparati in forza di quella scissione in essere, anche nei servizi militari e democratici ove, presumibilmente, vi era una guerra intestina.

I ricchi erano quindi coloro che avevano un ruolo chiaro e definito all’interno di un proprio ufficio istituzionale di appartenenza, eventualmente anche dei servizi in qualche caso, ma con un incarico tale da donare loro sia la credibilità della funzione che l’alibi per ogni azione azione illecita o ardita per non dire oltre le procedure ed i regolamenti.

Un collaboratore così vincolato al solo rapporto fiduciario con il suo livello superiore, laddove fosse stato colto nel corso di qualche operazione non autorizzata o, peggio, non autorizzabile, aveva ben poche opportunità di descrivere l’incarico ricevuto di fronte ad un magistrato, sapendo bene che con un paio di informative di polizia ben redatte e qualche telefonata finiva descritto come un millantatore, un mitomane, oppure in manette con qualche falsa accusa o morto come è accaduto a Nino Agostino ed a Emanuele Piazza ed agli altri che li hanno seguiti in questa sorte e, in questo senso, ha significato l’assunto del “meglio scemo che morto” che alcuni hanno adottato nel corso della loro esperienza.

Giovanni Aiello ha saputo muoversi in tutto questo restando sostanzialmente invisibile nonostante la notorietà della sua ferita anche se, soprattutto oggi, la sua presenza è indicata nei maggiori eventi stragisti ed omicidiari ma, vero o non vero, le caratteristiche del personaggio rispondono ai requisiti di chi, esternamente, poteva liberamente muoversi all’interno di talune dinamiche tipiche dell’intelligence come ho precedentemente descritto, perchè di attività d’intelligence si è trattato nel suo caso, anche laddove, se è vero, che abbia ucciso un bambino come lo era Claudio Domino nel 1986 per motivi ancora oggi ignoti.

Descriverlo come il classico personaggio cinematografico dell’assassino per lo Stato e per le mafie è riduttivo, almeno così la penso, perchè egli ha avuto più le caratteristiche del manovale di un “collimatore” negli aventi che gli sono stati addebitati, dai quali è giusto dire ne è uscito senza condanne tecnicamente giudiziarie ma la legge è appunto un fatto tecnico, oppure in quelli in cui vi è l’indicazione della sua presenza da parte di qualche pentito di ‘ndrangheta o di cosa nostra, anche insieme ad una donna, nel perimetro di quei fatti poi attenzionati dalle indagini sulle stragi siciliane e continentali in particolare.

Nel valutare Giovanni Aiello e quanto si sospetta egli possa aver compiuto e partecipato, mi sono chiesto prima di tutto i motivi per i quali un livello superiore, occulto o meno, avesse desiderato “marcare” una azione utilizzando proprio un viso indimenticabile come quello di faccia da mostro, rispetto che un profilo più basso o anonimo come quello di altri collaboratori esterni e, non mancavano in quegli anni, coloro anche capaci di azioni ad alto rischio o di condurre delle operazioni d’intelligence sul confine della configurazione della ipotesi di reato.

Un marcatore, una faccia da mostro comunica proprio questo, un marchio, un segno, un linguaggio comunicativo non verbale utile per chi sapeva come interpretarlo anche attraverso le sue presunte azioni criminali non immediatamente logiche o riferibili ad un quadro tipico delle intimidazioni o della eliminazione di un testimone o di un investigatore, come accaduto in molte occasioni. Si veda ancora una volta l’omicidio del piccolo Claudio Domino attribuito da qualcuno allo stesso Aiello e privo di un legame con degli eventi criminali di immediato o più ampio respiro.

Considerare Aiello come una sorta di free lance in favore sia delle mafie che degli apparati deviati dello Stato è, a mio avviso, altresì deviante. Non aveva una formazione operativa degna di questo come non aveva una cultura tale da permettergli di sintetizzare più fatti, ciò anche se fosse vero che sia stato addestrato in ambienti militari, alla Gladio per capirci, perchè nessun corso o qualificazione anche di tipo psyops lo avrebbe reso capace di una autonomia di così larghe vedute in assenza di un qualche livello superiore che lo coordinasse nel rinforzare l’opera del collimatore.

Non vai ad incontrare dei mafiosi o degli ‘ndranghetisti con una amica amante o collaboratrice, non vai con la stessa Rover che rappresenta altresì un marcatore, non parli al telefono con un amico delle indagini che ti riguardano sapendo che sei intercettato. Tutto ciò lo fai solo se sai di essere coperto, cioè tecnicamente impunito, ovvero sai che sarai indagato a lungo ma non giungerà mai una condanna e, questo, è uno degli scopi del ruolo del collimatore, quello di far girare in tondo le indagini con le caratteristiche della verosimilità utili ad accendere un fascicolo investigativo che non giungerà mai ad un rinvio a giudizio oppure, nel caso di un dibattimento, sarà estremamente difficile formare delle prove capaci di sostenere un contraddittorio o di superare, per esempio, anche il semplice alibi offerto dalla magia di un modello “OP85” che dimostra che l’indagato era stato controllato da un posto di blocco dei carabinieri in una zona del tutto diversa da quella oggetto di indagine e, proprio sull’uso illecito e sul timore dei posti di controllo i papa-charlie, tornerò con un futuro scritto.

Giovanni Aiello, secondo la mia opinione, era uno strumento psicologico gestito da un livello superiore che mirava a donargli proprio il disegno che gli è stato attribuito, quello del freddo killer e di tessitore di una qualche rete e, sia ben chiaro, poteva anche esserlo ed essere marcio fino al midollo ma non capace di una intelligence operativa di questo tipo. Se ha ucciso Nino Agostino o Claudio Domino o gli altri lo ha fatto come un qualsiasi banale assassino, senza il dovere di capire le ragioni più ampie di un incarico così brutale.

Le indagini di polizia giudiziaria sono condotte sulle linee guida dei codici e delle procedure, ricche della esperienza dei singoli investigatori e dalla scafata capacità di alcuni di loro di capire tutto ma, poi, è un tutto che nel corso del dibattimento rimane privo di elementi probatori e, come tale, è vulnerabile proprio alla opera impistante del collimatore che agisce utilizzando in modo strumentale, e dall’interno, le stesse procedure e gli stessi codici con il valore aggiunto del tempo di cui dispone prima durante e dopo un evento criminale poi indagato. Tempo che gli permette di sviluppare le difese, di manipolare le persone, di costruire degli alibi o depotenziare dei testimoni.

Giovanni Aiello è morto per quello che era, uno qualunque eretto a simbolo, coinvolto presumibilmente in un circuito di collaborazioni fiduciari dal quale non ha saputo o voluto staccarsi, trovando soddisfazioni sia sotto il profilo economico che operativo magari perchè frustrato da un congedo non voluto a causa del trauma patito. La coscienza la taciti con l’ignoranza emotiva, senza grandi riflessioni o viaggi introspettivi se non quelli di piacere negli USA in cui è riuscito a dare un futuro alla figlia.

False memorie e veri ricordi. Questo è il problema delle indagini anche attuali, basate in gran parte sul medacio di alcuni apparati dello Stato o sul de relato dei pentiti e dei collaboratori o sui labili ricordi dei superstiti; elementi in mano agli inquirenti che cercano troppo spesso di dare un senso logico al quadro delle informazioni anche quando l’irrazionalità di un fatto rappresenta quella logicità invece ignorata, perchè altrimenti non si riesce a trasformarla in prova durante un processo e non si vuol perdere tempo investigativo dietro piste inutilizzabili.

Giovanni Aiello è tutto questo, un soggetto irrazionale gestito intelligentemente che ha presumibilmente compiuto dei fatti comprensibili ed altri privi di una loro logica, lasciando così gli inquirenti al girotondo delle ipotesi degne di reggere un dibattimento, mentre i supersiti delle vittime attendono ancora Giustizia per i loro morti.

Faccia da mostro, come la uno bianca, come la falange armata e come le altre sigle marcatorie gli eventi più terribili della nostra storia, rappresentano quegli induttivi strumenti psicologici il cui trauma non abbiamo ancora elaborato e, per farlo, è necessario fare proprio quel viaggio introspettivo all’interno di un sistema di polizia giudiziaria ancora oggi troppo vulnerabile ai requisiti dei dibattimenti in cui, lo abbiamo recentemente visto con la trattativa, la burocrazia giudiziaria ed il fatto tecnico fanno la differenza tra la verità storica ed il suo riconoscimento giudiziario, confondendo la collettività e indebolendo tutti coloro che potrebbero ancora offrire le proprie memorie, anche con un viso bellissimo…

Fabio Piselli

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