la trattativa, i trattanti e la tratta dei testimoni…

Recentemente il clima della lotta contro la mafia è indirizzato verso un processo di progressivo ribaltamento e, la recente sentenza in merito alla Trattativa, ben spiega sostanzialmente che il nostro è quello strano paese nel quale puoi avere dei rapporti segreti con i mafiosi ma, questo, non costituisce reato.

Gli anni bui del periodo delle stragi siciliane e continentali sembra ormai essere solo una parte della storia ad uso e consumo del revisionismo e della interpretazione partitica degli eventi che hanno prodotto quei massacri che non dovremmo mai dimenticare, non solo per la perdita delle vite umane ma per impedire l’oblio della verità che purtroppo patisce il passare del tempo e l’ingerire di chi, quella verità, la gestisce con l’induzione a credere una storia dei fatti diversa.

Mi permetto oggi di scrivere due righe che esprimono le mie considerazioni rispetto ai meccanismi ed alle dinamiche interne alla cosiddetta Trattativa, concentrandomi sui “trattanti” e su coloro che hanno provato a fornire la propria testimonianza dall’interno degli apparati dello Stato, finendo in una sorta di “tratta” dei testimoni nel terribile circuito della attendibilità e delle intimidazioni.

Parto però dalla seconda metà degli anni ottanta fino al periodo più attuale e non da quando si parla della presunta Trattativa o delle deviazioni varie dimostrate dalle sentenze.

Gli anni ottanta erano i miei tempi, quelli in cui non si parlava di trattativa di sorta e non vi era assolutamente nè la cultura antimafia di oggi nè la consapevolezza della presunta esistenza di una feroce entità interna agli apparati dello Stato che possa aver gestito talune stragi di matrice mafiosa per interessi diversi da quelli istituzionali.

Erano i tempi della mia singolare carriera militare, in cui non c’era l’attuale tecnologia e tutto era gestito dal fattore umano, ivi compresa la capacità di analisi e di collegamento dei fatti e delle persone, quando le comunicazioni a livello superiore si facevano ancora scritte a penna o battute a macchina con la carta carbone oppure, in caso di urgenza, al telefono pubblico con il gettone.

Tempi in cui, chi giocava alle spie clandestine, lo faceva validandosi tramite le mezze mille lire da rimettere insieme per esempio.

Periodo storico importante, a cavallo tra ciò che è accaduto negli anni settanta e quello che accadrà negli anni novanta, ovvero una transizione non solo politica ma anche generazionale tra la vecchia guardia dei funzionari, degli ufficiali e dei sottufficiali tra coloro entrati in carriera tra gli anni cinquanta e settanta oltre a chi proveniva addirittura dalla seconda guerra mondiale ed era ancora in servizio e le nuove leve rappresentate da chi, come me, negli anni ottanta avevano scelto la carriera militare nelle FF.AA. o in quelle di polizia.

Non c’erano soprattutto gli investigatori capaci e non c’erano le agenzie giudiziarie specializzate nell’antimafia come quelle moderne, anzi c’era ancora il vecchio codice prima della riforma del 1989 e, peggio, c’era una artigianale capacità indagatoria individuale dettata dalla esperienza del singolo operatore che faceva la differenza nell’ufficio in cui lavorava, rischiando facilmente di essere boicottato o trasferito, oppure isolato ed ucciso se rappresentava un rischio per chi “nello” Stato tutelava e coltivava degli interessi eversivi o politici anche tramite le cellule terroristiche degli anni settanta e la criminalità organizzata.

Gli anni ottanta sono stati a mio parere il momento in cui si è innescato il processo di mutamento delle mire eversive e rivoluzionare già viste nel corso degli anni di piombo del terrorismo, ovvero è cambiato l’obiettivo ed il metodo della tecnica della destabilizzazione-stabilizzazione, concentrando gli attacchi in territori più limitati rispetto all’intera nazione e con scopi politici più facilmente raggiungibili grazie anche all’idea federalista, mirata verso delle singole regioni e nelle aree specifiche di appartenenza nord-sud.

Lo faccio anche come confronto verso i giornalisti che di tanto in tanto mi contattano, verso i magistrati e gli operatori di PG che mi hanno chiamato a testimoniare, soprattutto quelli con i quali ci siamo guardati in faccia comprendendo così con chi avevamo rispettivamente a che fare sulla base delle esperienze e senza nasconderci nei rispettivi ruoli, alcuni dei quali si sono esposti per tutelare la mia Famiglia e, di questo, li ringrazierò sempre.

Lo faccio anche verso la collettività, non per dimostrare qualcosa o per difendere una verità bensì per la semplice ragione che sono stanco, molto stanco, di illudermi che qualcosa possa cambiare per poi ritrovarmi a dover scegliere l’isolamento o il “fare lo scemo” come una opportunità di tutela di me stesso, della mia Famiglia e della mia storia per le ragioni che chi indaga, nonostante gli sforzi ed i sacrifici, è infine bloccato, inquinato o posto nelle condizioni di “sapere ma di non poter provare” e questo, sotto il profilo squisitamente tecnico giudiziario, non serve certo per un rinvio a giudizio o per sostenere un processo, luogo nel quale si formano le prove.

Nel corso di molti anni sono stato interrogato come persona informata sui fatti in ripetute occasioni avanti più autorità antimafia tra PNA, DIA, vari reparti eversione e incontri meno ufficiali con delle barbe finte vere e sedicenti tali, interessate ai cosiddetti mandanti esterni dietro le stragi mafiose e, ogni volta, ho dovuto misurare chi avevo davanti per capire cosa dire e come dirlo e, questo, non per una arrogante e supponente gestione della testimonianza ma perchè, proprio in tanti anni, ho compreso che se la legge si dice essere uguale per tutti, sono le indagini che cambiano in base a chi ne è oggetto e, ove queste sono indirizzate verso chi opera negli apparati dello Stato, è corretto ipotizzare che per tutelare se stesso e gli interessi infedeli, questi possa usare gli strumenti tipici del proprio ufficio e quelli del ruolo istituzionale ricoperto ad iniziare dalle false informative interne al circuito di polizia fino alla manipolazione del personale sottoposto nei casi di soggetti che hanno una funzione nelle FF.PP. civili o militari o nell’intelligence in generale.

Sia ben chiaro, non ho mai preteso di avere delle verità dirimenti o delle conoscenze tali da fare la differenza nel corso di una indagine ma, almeno sin dal 1986, ho sempre espresso le mie riserve rispetto a talune attività o operazioni a cui ho preso parte, indirizzando prima a livello superiore poi alle AG compententi per territorio e materia quelle che sono state le mie considerazioni, analisi o rapportini sui fatti vissuti nelle loro anomalie oltre il normale percorso di un evento caratterizzato anche dalla riservatezza o dalla “clandestinità” ove ciò è accaduto.

Tutto questo non l’ho espresso durante un caffè al circolo sottufficiali o in qualche fumosa birreria, bensì avanti le autorità giudiziarie e ove è stato possibile farlo anche documentato ad ogni effetto di legge, proprio come la giustizia chiede di fare a qualsiasi cittadino, assumendomene quindi tutte le conseguenti responsabilità morali, civili e penali sia quando ricoprivo lo status di militare, di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che come consulente ausiliario di polizia giudiziaria oltre ad essere un cittadino italiano che tutelava i propri interessi e quelli della propria Famiglia.

In oltre trentasei anni di fango ne ho ricevuto molto, ma non ho mai avuto una condanna di nessuna natura rispetto ai tipici reati del mendacio testimoniale. Non sono infatti mai stato indagato o condannato per falsa testimonianza, o per calunnia, o per diffamazione o per false dichiarazioni alla AG oppure per depistaggio. Mai niente di tutto questo dal 1985 al 2021 e ciò non significa che sono una persona informata sui fatti credibile o attendibile al cento per cento, ma essere pulito in tal senso rappresenta un elemento marcatore rispetto alla origine del fango e del mascariamento che invece ho patito e che, in parte, ancora subisco.

Proprio l’attendibilità è sempre stato un elemento importante laddove la fonte testimoniale proveniva dall’interno degli apparati dello Stato, oppure da quelle ramificazioni ad essi pertinenti caratterizzate dagli “esterni” o dai “consulenti” fino a chi ha svolto una funzione di intelligence parallela come meglio descrivo più avanti.

Per chi indaga dei fatti così complessi è importante avere una fonte testimoniale diversa dal classico confidente, dall’ambiguo pentito, dal sincero collaboratore che vuol cambiar vita, specialmente se tale fonte proviene da delle esperienze interne a quegli ambienti dello Stato in cui si è sempre adombrato la presenza delle cosiddette deviazioni.

E’ difficile però, sia per un investigatore esperto che per un magistrato navigato, relazionarsi con questo tipo di testimoni perchè sono capaci di non farsi gestire, di non cadere nelle tipiche trappole del falso positivo e ben conoscono le dinamiche interne oltre ad avere l’esperienza operativa dell’uso della verità, della menzogna e della contromenzogna ovvero del depistaggio e dell’impistaggio.

Nel mio caso se fino alla metà degli anni novanta bastava una informativa tossica proveniente da un livello superiore per inibire l’interesse di un operatore di PG o di un ufficio investigativo verso quanto stavo sostanzialmente denunciando, dopo vi è stato qualcuno che ha iniziato a porsi qualche quesito proprio in merito alla feroce volontà denigratoria nei miei confronti, rispetto alla persona che invece si trovavano di fronte, del tutto diversa e spesso opposta a quanto invece cartolarmente rapportato o telefonicamente riferito.

Per questo motivo sin dagli anni ottanta ho letto di me delle descrizioni progressive che sono partite dal “fidato e sicuro collaboratore” al “malato mentale millantantore”, quindi “manovalanza dei servizi” poi “frequentatore degli ambienti di estrema destra” fino al “soggetto di interesse istituzionale pienamente attendibile”, per tornare sulla riserva del “ci è o ci fa?” Precisando che da giovane sono stato una sola volta in una sede romana del Fronte della Gioventù e non ho mai frequentato gli ambienti di estrema destra.

Certamente questo tipo di interpretazioni, al netto di quelle maliziose, sono nate sia per una volontà esterna protesa a delegittimare una mia potenziale testimonianza, sia dai miei coscienti comportamenti “scemi” ma anche da una sincera scelta di far conoscere quanto ho creduto di sapere, di aver saputo, di aver interpretato successivamente su quanto avevo partecipato, anche rischiando qualche anno di galera tra la violazione di segreto ed il rischio di vedermi accusato di concorso in strage o di trasporto clandestino di esplosivi.

Leggendo quanto sopra si comprende che il rapporto con questo tipo di testimoni non è più basato sulle mere regole e le procedure giudiziarie tout court ma si estende alla relazione personale, al rapporto fiduciario tra chi chiede e chi risponde e, in tutto questo, scadono le banali pretese dei “si” e dei “no” da parte degli interroganti, anche perchè gli unici si e gli unici no che posso offrire sono limitati ai miei dati anagrafici originali, tutto il resto merita la giusta articolazione altrimenti è solo un quesito strumentale.

Allo stesso modo devia dal suo normale percorso di fronte a degli interroganti che appaiono ambigui, che manifestano chiaramente di “non voler sapere” e soprattutto di fronte a coloro che nel corso della propria carriera hanno fatto la spola tra l’ufficio di PG di appartenenza ed i servizi segreti, per poi tornare all’ufficio di PG, perdendo e riacquisendo la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria in base a quando si staccavano o meno dai servizi.

Ecco comprendere le ragioni di una sostanziale gestione autonoma delle proprie conoscenze e delle eventuali dichiarazioni e, ciò, come ho detto, non per una supponente elevata autoconsiderazione bensì a tutela delle notizie di un eventuale interesse operativo, della propria pellaccia e della Famiglia.

Visto da fuori si può dire che esistono i programmi di protezione ma si salta il passaggio della vulnerabilità dei segreti e delle notizie in un ambiente inquinato da chi, nello Stato, ha modo ed opportunità di bucare la riservatezza di una tutela o le stesse informazioni investigative.

Se è esistita una Trattativa è corretto ipotizzare che gli strumenti della sua protezione erano quelli a disposizione degli apparati di polizia e di intelligence, quindi le false informative, i depistaggi, le false accuse, la delegittimazione e la denigrazione personale, il mascariamento istituzionale oltre a quelli della controparte trattante, ovvero la criminalità organizzata e perciò ben più feroci.

Per quanto concerne la Trattativa mi permetto di esprimere le stesse considerazioni che ebbi ad esporre avanti chi mi interrogò a suo tempo, dicendo che non significa nulla ed a nulla porterà sotto il profilo giudiziario se, non, a far smuovere quelle acque che ha saputo muovere questa inchiesta portando i magistrati ad ottenere i risultati sperati, coscienti forse anche loro che giungere ad una seria sentenza sarebbe stato difficile.

Il rapporto ambiguo tra i buoni ed i cattivi è sempre stato delegato agli apparati dell’intelligence, che non hanno la qualifica di UPG o la perdono entrando ai servizi, i quali sono sostanzialmente autorizzati a sporcarsi le mani e nessun magistrato gli chiede conto del fango che hanno addosso, tanto che questi parlano con le AG tramite dei soggetti all’uopo dedicati e non come fanno i normali operatori dei carabinieri, della polizia e degli altri corpi dello Stato. Il fatto che, poi, gli stessi magistrati chiedano una “consulenza” ai servizi nel corso di attività di PG può sembrare ai limiti delle regole ma non è una eccezione, ovvero vi è la consapevolezza che i servizi possono fornire elementi o indicazioni utili che, se tali risulteranno, saranno poi convogliati nelle carte processuali sotto forma di fonte confidenziale avallata dall’UPG con i requisiti idonei per sostenere un processo.

Diverso, è, quando un ufficiale di polizia giudiziaria (UPG) delegato da una procura procedente, si attiva autonomamente per prendere contatto con gli indagati e imbastire con questi una sorta di accordo, oltre il classico do ut des che può esistere tra l’alta polizia e la criminalità organizzata in base all’obiettivo da raggiungere. Specialmente se questo avviene con il sangue dei morti uccisi nelle stragi ancora nella strada e, pertanto, si supera ogni regola non scritta per raggiungere non solo la configurazione di una ipotesi di reato ma quella “Trattativa” poi resa strumento indagatorio trasversale, un pò come il battere il bastone per far alzare la testa alle serpi.

Quando, tutto questo è avvenuto? Dopo la strage di Capaci o già negli anni ottanta?

Credo che l’inizio di quel processo di cambiamento al quale ho fatto accenno in epigrafe sia stata la strage di Pizzolungo contro il dottor Carlo Palermo, al tempo magistrato, nella quale persero invece la vita una madre con i figli gemelli, Barbara Rizzo in Asta e Giuseppe e Salvatore Asta. Quello è stato il salto “militare” che ha cambiato i successivi attacchi contro lo Stato ove l’evento dell’Addaura ha concretizzato quella miscela tra militari infedeli nello Stato ed il braccio militare della criminalità organizzata tra i quali, il punto di congiunzione, era saldato da una comune ideologia destrorsa mediata da chi negli ambienti della destra protagonista degli anni settanta proveniva, tra cui chi era nello Stato, chi nella area grigia della massoneria e dell’avvocatura, chi invece parte delle varie espressioni della criminalità organizzata.

Se questo è accaduto, dobbiamo ipotizzare che non tutti erano complici di coloro che avevano compiuto una tale deriva. Salvo i soliti apatici forti del “fatti gli affari tuoi e aspetta il 27” vi era anche chi ha contrastato la deriva dei colleghi, chi ha segnalato a livello superiore, chi ha denunciato ritrovandosi in manette e chi si è invece ritrovato ad essere cooptato nel corso di quelle attività difficili da comprendere, se avessero avuto o meno i “colori di istituto” o fossero parte di quella deriva poi sfociata nel supporto dato a chi ha posto in essere le stragi siciliane e continentali.

Una vera e propria realtà eversiva asimmetrica, parcellizzata, a grappolo, mirata verso alcune regioni e non contro lo Stato centrale. Alla quale si è aggiunta l’opera di guerra psicologica della falange armata e quelle feroci azioni di fuoco condotte da chi, poi, si scoprirà essere parte dei corpi dello Stato, come la cosiddetta banda della uno bianca per esempio.

Nel corso delle informative che ebbi a inoltrare, specialmente tra il 1987 ed il 1988 quando ero in Folgore e fui aggregato in Emilia Romagna ed anche durante i vari interrogatori, ho sempre reso chiaro il mio convincimento che vi fosse un filo conduttore tra degli eventi apparentemente slegati tra loro, i quali avevano invece, a mio avviso, un comune denominatore dato dalla reciprocità dei risultati “politici” sperati e dagli obbiettivi raggiunti oltre al fatto che taluni soggetti presumibilmente coinvolti, provenivano dagli stessi ambienti di lavoro in seno allo Stato e segnatamente dai reparti d’azione, dalle forze speciali, alcuni transitati ai servizi e parte di una rete diversa dalla Gladio ufficiale ma che dallo stesso contenitore si era sviluppata in modo del tutto parallelo ed illecito, talvolta operativamente speculare a quella nota.

Se, quanto ho creduto di percepire è corretto, è altresì corretta l’ipotesi di una scissione in seno a questi ambienti tra chi perseguiva ormai questa deriva e coloro più fedeli alle istituzioni democratiche che hanno cercato di contrastarla.

Una guerra intestina, soprattutto nelle divisioni dei servizi militari ma anche nelle caserme dei carabinieri e nelle questure, ove ognuno diffidava se il collega o il proprio livello superiore fosse fonte o collaboratore occulto dei servizi, oppure marcio ovvero vulnerabile ai ricatti per vizi e debolezze note.

Ho detto in più occasioni che in alcune realtà più a rischio, specialmente in Sicilia ed in Calabria, qualche ufficiale dei carabinieri o funzionario di polizia o della intelligence ha iniziato a crearsi una rete di collaboratori fidati ed affidabili per prevenire l’ingerenza dell’inquinamento dei “marci” parte di quella deriva di cui sopra. Questo sia all’interno del proprio personale operante che tramite la collaborazione esterna di “consulenti” fidati perchè provenivano dagli stessi ambienti operativi oppure avevano tutti i requisiti di affidabilità per condurre delle operazioni extra-delega, protese da un lato a garantire la protezione delle notizie contro ogni eventuale inquinamento depistatorio interno e, dall’altro, a condurre quelle attività info-operative prive di una seria delega o di un decreto autorizzativo proveniente da una Procura.

Una guerra intestina che ha mietuto delle vittime fisiche?

Per rispondere a questo quesito è importante ora comprendere il significato di tre uomini dello Stato uccisi nell’arco di poco tempo, Vincenzo Li Causi, Marco Mandolini e Mario Ferraro. Tutti con delle specifiche competenze militari e d’intelligence e tutti parte o gravitanti nell’area dei servizi segreti militari.

Quando mi fu chiesto di descrivere l’ufficio di Li Causi a Trapani, lo feci nei dettagli ma, questo, non significa che avevo un rapporto con lui oppure fossi un suo operatore. Invita solo a riflettere sull’uso degli “esterni” nelle attività d’intelligence e su quanto i rapporti tra lo Stato ed i cattivi fossero noti a chi avrebbe dovuto conoscerli e regolamentarli analizzandone i contenuti e, se questo non è stato fatto, anche un pranzo tra un ufficiale dell’intelligence ed un capo mafia si trasforma in una sorta di Trattativa, benchè questi non ne fossero coscienti oltre le ragioni per le quali si sono trovati a tavola insieme.

Marco Mandolini era un sottufficiale della Folgore e lo conobbi negli anni ottanta a Camp Darby e non in caserma a Livorno, eravamo in reparti diversi, lui al “nono” io ospite al 185°. Un militare che credeva fortemente nel suo lavoro e fortemente legato al “reparto” che, successivamente, si è forse posto la stessa domanda che in molti ci siamo chiesti, ognuno dal proprio ruolo in chiaro o riservato: “per chi stiamo lavorando?”.

La confusione, il disorientamento, è ciò che hanno vissuto specialmente i militari; abituati al compartimento di reparto, alla scala gerarchica, alle procedure anche laddove erano membri di un servizio segreto ma sempre parte dello Stato con delle chiare e precise regole, non dei cani sciolti mandati allo sbaraglio da un capomaglia o dal capo divisione marpione.

Lo ricordo come un periodo terribile, in cui ognuno prendeva appunti o lasciava traccia a futura memoria perchè la morte la palpavi prendendo atto dell’uccisione di chi avevi conosciuto in situazioni diverse da una birra tra paracadutisti fuori sede.

Il resto è stato parte dei giochi delle spie, vere, finte, abusive che fossero ma, in ogni caso, reale era il clima di commistione tra una parte dello Stato che trattava proprio tramite i suoi operatori sul campo e attraverso una rete d’intelligence parallela formata dagli esterni, sia coloro attivati dai buoni che quelli impiegati dai marci.

Nel corso delle indagini è emersa una fotografia che mi ritrae in uniforme da ufficiale del “col Moschin” all’interno di una importante sede dei carabinieri ma, io, non sono mai stato al nono ed ho frequentato la scuola sottufficiali prima del congedo dai paracadutisti. Allo stesso modo dopo aver superato l’immensa mole di fango sono state riscontrate vere le mie presenze, dopo il congedo, sia negli uffici dei comandanti dei reparti speciali sia nelle caserme di polizia o dei carabinieri ove invece era sempre stata negata in più anni ed in occasioni diverse, anche attribuendomi una “malattia mentale” che funziona sempre per denigrare qualcuno.

Questo mi rende quindi credibile o un testimone affidabile?

No, rende incredibile quel fango che mi hanno gettato addosso e, come tale, meritevole di approfondirne le ragioni per, poi, valutare se quanto ho testimoniato possa essere utile o meno, vero o falso, manipolatorio o impistatorio ma, di certo, non depistante.

Il problema sono gli anni che trascorrono per farlo, il peso della economia investigativa che grava sul complesso delle indagini e sulla opportunità o meno di farlo e, soprattutto, l’investimento anche personale da parte dei singoli investigatori nell’esporsi per supportare un Fabio Piselli chiaccherato e storicamente infangato dall’interno dello Stato che, oltretutto “fa il guappo” perchè non si fa gestire e non manifesta quella “sudditanza” talvolta richiesta quando ti interfacci con l’alta polizia.

Certo, tolto il fango gettato dagli altri sono rimaste le mie scarpe sporche da giustificare e ove l’ho fatto ho rischiato una ventina di anni di carcere proprio nel descrivere quel tipo di attività che mi hanno portato, per esempio, nell’ufficio di Li Causi in una sola occasione alla fine degli anni ottanta.

A questo si aggiunge il rischio personale e soprattutto il coinvolgimento della mia Famiglia, specialmente dopo quanto ha subito mia figlia Matilde nel 2019.

I trattanti erano quindi coloro proiettati da un livello superiore a diretto contatto con i cattivi, sia quelli dentro lo Stato che i mafiosi veri e propri, i quali “facevano la guerra” nel proprio incarico riservato, occulto o clandestino che fosse ed alcuni sono morti per questo, da Antonino Agostino a Emanuele Piazza fino a Li Causi, Mandolini e Ferraro. I trattanti non erano quindi solo gli ufficiali dei carabinieri che parlavano con Ciancimino junior tra papelli veri e perquisizioni mancate.

Approcciarsi a quel periodo valutando caso per caso e credendo di individuare una assenza di collegamenti è sbagliato, perchè si tende a capire se in un caso vi fosse o meno la presenza di un soggetto e quale fosse stato il suo eventuale ruolo. Occorre invece fare il processo inverso, seguire il soggetto d’interesse e valutare i suoi ruoli nei vari casi in cui è nota la sua presenza, quindi analizzare o meno l’esistenza di un filo conduttore rappresentato dal perchè, dal come, dal chi e dal cosa e soprattutto dai cerchi concentrici che si diramano da ogni singolo caso per intercettarne le fasi di congiunzione con gli altri eventi, anche di natura e carattere diverso.

Ecco le ragioni per le quali un presunto traffico di armi e di rifiuti con la Somalia diventa parte di quel fil rouge da seguire senza perdersi in esso. Ecco perchè l’omicidio di un incursore merita di andare oltre il suo depistaggio come quello, accaduto poche settimane dopo, di un suo superiore invece ammazzatosi in circostanze ambigue.

Ecco perchè è importante analizzare con una intelligence giudiziaria tutto quanto è accaduto in chiave eversiva e stragista come mire di cambiamento politico poi avvenuto nel ’94 a partire dall’attentato di Pizzolungo, oltre alla successiva emersione della falange armata come agenzia di guerra psicologica.

Quando mi hanno chiesto se ero dei servizi o di Gladio ho risposto di no, non ho mai avuto infatti un tesserino dei servizi o un incarico al sismi o al sisde e, forse, l’unica etichetta che corrisponde alla realtà è quella che mi dette un bravo luogotenente dei carabinieri, dicendo che ero un uomo di esperienza e di esperienza d’intelligence, il quale ha poi scelto di impiccarsi purtroppo.

In oltre trentasei anni l’esperienza l’ho fatta, alcune cose credo di averle comprese, altre le ho solo interpretate ma di certezze non ne ho come è giusto che non ne abbia. Sono e resto sostanzialmente un sopravvissuto ad un periodo storico ancora privo di una reale e completa comprensione per essere elaborato, il quale merita lo studio da parte di chi indaga su quei fatti, tale da superare la sola difesa del proprio ufficio o la supponenza di un ruolo, altrimenti i tanti Fabio Piselli che possono ancora fornire le proprie qualificate e più ricche memorie non si esporranno mai per supportare il lavoro delle procure, specialmente di fronte a quelle sentenze che lasciano l’amaro in bocca.

Quello che la collettività non capisce è il bisogno di supporto verso la ricerca della verità su quelle stragi, non il tifo verso un procuratore o una tesi investigativa. Supporto che si identifica nella volontà di testimoniare le proprie conoscenze da parte di chi trova proprio nella collettività la ragione per esporsi.

Quando mi chiedono chi te lo ha fatto fare, rispondo semplicemente il giuramento di fedeltà allo Stato. Perchè se sono stato svincolato da alcuni segreti nessuno mi ha mai svincolato dai vari giuramenti di fedeltà verso la collettività che forma lo Stato, noi, voi, i nostri figli, il loro presente ed il loro futuro.

Questo significa testimoniare nel nostro strano paese, ovvero dare una possibilità di futuro ai figli affinchè non siano vittime di uno Stato che tratta con la mafia, sia che questo costituisca reato o meno, perchè è immorale come immorale è stato lasciar massacrare i magistrati e le loro scorte.

Viviamo in un paese in cui la criminalità organizzata si è fatta politica, ove delegano i ruoli di potere a dei perfetti signor nessuno trasformati in icone identificative a suon di propaganda per poi scoprire quanto forti siano i fili che li guidano e, spesso, marci.

Mia moglie ha subito molto come i miei figli e specialmente Matilde, che si ritrova a crescere con lo spettro di un danno assonale al corpo calloso del cervello e, chi ne ha causato il trauma, è oggi ancora ignoto.

Alla mia Famiglia devo il mio onore, non ad uno Stato marcio che non riesce a far pulizia al suo interno.

Ai bravi investigatori con cui mi sono interfacciato va il mio ringraziamento.

Al bravo magistrato della PNA va il mio grazie per il suo difficile lavoro.

Restro il cretinotto qualsiasi che mi qualifico essere, ma che non ha mai chiesto o accettato nulla dallo Stato, nulla dai giornalisti che mi hanno loro cercato, nulla dai familiari delle vittime che hanno voluto conoscermi.

Non sono ricattabile sotto nessun profilo, vivo una vita umile e con un lavoro autonomo nel settore della alimentazione.

Questa è la mia libertà, dopo trentasei anni difficili e pesanti.

La libertà di guardare i miei figli e dire loro che non mi sono mai venduto, che ho fatto il mio dovere di militare prima e di cittadino poi.

Purtroppo temo un futuro gramo per la politica di questo paese, temo un Berlusconi che morirà presidente della Repubblica e temo quella massa di politicanti gridaioli privi di contenuti e indirizzati solo allo stomaco della gente.

Mi ribello a tutto questo con la mia povertà, che rappresenta il senso delle mie autonome scelte di non essere mai salito su quel carrozzone dei marci, povertà la quale mi rende ricco di poter scegliere cosa fare, dove andare e come crescere i miei figli.

Tanto dovevo

Fabio Piselli