l’impistatore…

Fabio Piselli anni ’80

Negli scorsi giorni mi è capitato di incontrare delle persone che hanno vissuto a vario titolo gli eventi stragisti degli anni ottanta e novanta, le quali ricordando qualche conoscente comune, mi hanno definito con un velo di maliziosa simpatia essere un “impistatore”, riferendosi al termine che ebbi a coniare proprio a contrasto delle accuse di essere un depistatore, dimostrando di non aver mai depistato nulla in vita mia.

Un termine non del tutto errato se lo si guarda da un polo puramente analitico, ove l’uso strumentale del vero del falso e del verosimile rappresenta sostanzialmente la scuola nella quale sono cresciuto sia in uniforme che dopo averla dismessa.

Essere sul filo della credibilità testimoniale è una fatica sia fisica che psicologica, occorre dosare bene la verità mentre si misura chi è l’interrogante, la sua storia, la sua capacità di autonomia, il suo livello superiore chiaro ed occulto ed una altra serie di variabili che, nel nostro strano paese, hanno sempre caratterizzato la bontà di una indagine, specialmente di quelle cosiddette di spessore.

Non è arroganza e non è spavalderia, al contrario, è l’umile ma solida consapevolezza che, sempre nel nostro strano paese, le indagini sono vulnerabili alle ingerenze laddove queste sono indirizzate verso i gangli dello Stato, nei quali, un sottosistema ad esso integrato, si mimetizza con le varie amministrazioni condizionando la buona fede degli operatori ed il sereno corso di una investigazione.

I testimoni non sono degli oggetti, sono persone con la propria storia, i propri affetti, i traumi non sempre elaborati e le sofferenze da saper gestire per non cadere nella frustrazione o nella banale vittimizzazione.

Essere un testimone autonomo ed indipendente ti salva la vita pur mettendola a rischio, perchè vi è la piena coscienza di essere solo, e solo uno strumento utile o meno a chi persegue un indirizzo investigativo mirato a quei gangli di cui sopra; scegliendo di essere svincolato da ogni potenziale vantaggio proveniente dalla testimonianza stessa, da ogni parte in causa e, già questo, destabilizza chi lo osserva.

La verità nel corso di talune indagini diventa quindi strumentale ed eterodirezionabile, una risorsa in mano a chi crede di conoscerla ed un potenziale boomerang per chi la acquisisce da parte di quei testimoni che per rimanere indipendenti rischiano forte, tanto, sotto molti profili. Per non far scadere questa presunta verità in un mero atto estorsivo o pressorio, occorre non solo saperla dire e spiegare ma convincere gli inquirenti ad indirizzarsi verso un percorso ignoto, spesso contrario a quella già preso, perchè depistati.

Occorre, perciò, impistare gli inquirenti depistati.

Il testimone in questo senso deve saper misurare le proprie dichiarazioni che, ricordo, sono fatte ad ogni effetto di legge nel corso di una attività di polizia giudiziaria con tutte le conseguenze penali e, non, al bar dello sport.

Una misura alla cieca perchè, il siffatto testimone, non conosce gli atti e non ha alcuna nozione su ciò che gli inquirenti già sanno rispetto a quello che ignorano, gli conviene quindi dire la verità ma, il dovere di dirla tutta e subito, non sempre è soddisfatto.

Un testimone che proviene dai gangli dello Stato e non ha mai avuto alcuna collusione con gli ambienti mafiosi o eversivi, raramente accetta di essere trattato come un dissociato o come un pentito, perchè egli ha la serenità di aver contrastato eversori e mafiosi, anche tra i propri colleghi o nello stesso ambiente di lavoro, ma ha altresì la consapevolezza che proprio con l’assunzione dell’ufficio di testimone si ritrova ad essere privo di una reale tutela, soprattutto se le indagini rischiano di essere inquinate dall’interno.

Tutto il gioco grande si riduce alla fine nel rapporto tra persone, tra gente di esperienza, tra inquirenti e testimone, oltre la mera valutazione della credibilità di una singola dichiarazione per raggiungere il valore del quadro di insieme dal quale, poi, indirizzarsi verso un percorso che accompagna al vero fatto chiuso, al cui interno trovare le prove della verità storica, da trasformare poi ed anche in verità giudiziaria.

Denunciare falsamente il furto di un “ciaino” per farlo ritrovare dentro un garage che, per puro caso, è anche il deposito di una quantità di esplosivo, rappresenta un esempio dell’uso strumentale della verità. Perchè chi testimonia un evento del genere forse sulla carta non ha lo spessore per parlare di movimenti di esplosivi, ma, può, serenamente dire che il suo ciaino è stato rubato e mandare una radiomobile ordinaria in un luogo in cui, gli operatori, attiveranno i colleghi più specializzati una volta preso atto che, il ciaino non c’era, ma gli esplosivi si. Ripeto, questo è un banale metaforico esempio ma rende l’idea.

La triangolazione delle menzogne non significa fornire una falsa testimonianza tout court o rendere delle false dichiarazioni alla autorità giudiziaria, pur rasentando questo rischio, diventa invece una sorta di computo dell’economia della testimonianza quando una indagine che mira dentro le deviazioni dello Stato ha, come controparte, i deviati, che usano ed abusano illecitamente delle lecite risorse del proprio ruolo e del proprio ufficio, nello Stato.

Ecco perchè ascoltare il mero qualificarsi anche di funzionari di alto livello poco rappresenta per i testimoni di questo tipo e, sia ben chiaro, non è mancanza di rispetto ma una forma di tutela, di attenzione, è il misurarsi la febbre tra persone di esperienza.

Da un lato vi è un soggetto inquirente consapevole del rischio di attribuire un valore di elevata attendibilità a questo tipo di testimoni, poco gestibili, e, dall’altro lato vi è il testimone indipendente consapevole del rischio di avere di fronte un soggetto che potrebbe essere parte dei “cattivi” deviati nello Stato o, da questi, manipolato in vari modi.

Il cittadino comune che apprende questi fatti dagli organi stampa ignora il reale rischio che sia gli inquirenti che i testimoni si assumono nel corso di questo tipo di indagini, quelle sulle entità esterne alla mafia che hanno contribuito alle stragi, sulle deviazioni interne allo Stato, sulle organizzazioni massoniche con derive esoteriche che interconnettono i cattivi negli ambienti dei buoni, inquinandoli.

In buona sostanza, al termine di questo scritto, rimane evidente il quesito che si domanda come faccia il testimone a sapere che gli inquirenti sono stati depistati.

La risposta non è facile da offrire, occorre saperla leggere all’interno dei meccanismi della verità, della menzogna e della contro-menzogna che caratterizza la cosiddetta mentalità dell’intelligence anche perchè, indagare a distanza di trenta anni dai fatti originali, diventa una vera e propria opera di intelligence giudiziaria e non più solo di polizia in stile a domanda risponde.

Il nostro è quello strano paese in cui, se sei un testimone indipendente, prima di rischiare di essere fisicamente ucciso, subisci quella morte sociale a causa del mascariamento e dell’isolamento ma, questo, è il prezzo della indipendenza da parte di coloro che, di Piaggio Ciao, gliene hanno rubati tanti…

Fabio Piselli