due parole sulle madri anaffettive

Molto spesso ho ripetuto, nel corso della mia precedente professione di pedagogista, che “il cuore di mamma” non basta per dire di amare i propri figli, perchè può rappresentare in realtà il miglior alibi per la propria incompetenza genitoriale.

Ho incontrato ed assistito alcune madri che ho definito essere anaffettive nei confronti dei figli, non prive di amore o di sentimenti bensì incapaci di relazionarsi appieno e serenamente con la propria figlia o il proprio figlio e, questo, per ragioni non facili da comprendere per queste donne e da proporre al confronto per porle in discussione.

Dipende certamente dalla relazione originale che queste madri hanno avuto con i loro genitori, spesso mortificanti, dipende dal tipo di rapporto che sono state capaci di instaurare con gli uomini fino alla qualità della relazione con il marito, con il padre dei propri figli che, sovente, rispecchia il classico maschio incapace di superare i propri schemi mentali, intollerante, mortificante, controller, egocentrico.

Dipende dall’indice dell’ignoranza emotiva che le rende incapaci di superare le proprie difese e, se, poi, vi si aggiunge una scarsa formazione culturale ed un lessico privo di ragionamento e di articolazione del pensiero, altro non si può avere che una frequente aggressività comunicativa in generale e nei confronti dei figli in particolare, oppure una costante difesa di se stesse contro il timore della colpa e della mortificazione.

Le dinamiche del vittimismo e della vittimizzazione fanno poi il resto del lavoro sporco, blindando la madre all’interno del proprio circuito autoreferenziale e costringendola ad attivare solo i meccanismi del ricatto morale ed emotivo verso i figli.

Comportamenti diffusi e comuni, niente di patologico o di raro ma parte di un costume relazionale che, ancora oggi, condiziona la serenità del rapporto madre-figli e figli-madre.

Un bambino che cresce all’interno di una simile atmosfera relazionale, con questo tipo di emozioni e la scarsa qualità del valore dei sentimenti, rischia di vivere una evoluzione scissa tra il suo mondo interno e l’adattamento verso le esigenze di una madre del genere, la quale pretenderà dai figli non la loro libera espressione, ma il solo rinforzo dei propri bisogni e, ove questo è soddisfatto, esprime “amore” mentre, al contrario, se ne vive la frustrazione gli stessi figli si trasformano nella fonte del suo disagio; il quale si aggrava in termini di intolleranza proprio perchè la madre è cosciente di “odiarli” e, questo, aumenta la sua frustrazione perchè non può accettarlo, dando così vita ad un circuito del malessere infinito che talvolta diventa trans-generazionale.

L’anaffettività è un problema serio, priva i bambini della propria identità di figli e li rende soggiogati ad un vincolo estorsivo che mina la loro progressiva capacità di autonomia e, infatti, raramente saranno degli adulti in grado di relazionarsi con i propri sentimenti, preferendo gestire e controllare tutto, vivendo il più delle volte delle relazioni strumentali.

Occorrerà, paradossalmente, vivere delle esperienze di sofferenza maggiore per avere l’opportunità di liberarsi dal fantasma di una madre anaffettiva.

La madre anaffettiva è un soggetto debole che necessita di aiuto, di un aiuto degno di permetterle di comprendere il danno che rischia di imporre nella vita dei propri figli ma, proprio questo, è l’ostacolo maggiore che le impedisce di confrontarsi con la sue dinamiche, attivando solo dei banali e nocivi meccanismi difensivi.

Il cuore di mamma non significa nulla se non vi è anche il cervello e la capacità di capire che, quel cuore, può essere la peggiore prigione per i bambini costretti a vivere con il peso dell’ansia, dell’angoscia e dell’ignoranza emotiva di una donna mortificata e mortificante a sua volta, la quale morirà con l’astio che si porta dentro, continuando ad autoconvincersi che è invece amore e, paradossalmente, sentendosi tradita dai figli che invece cercano in tutti i modi di renderla cosciente di quanto fa male, a se stessa soprattutto.

Donne di questo tipo si circondano generalmente di “cani e di ruffiani”, ovvero di quei soggetti strumentali alle proprie esigenze che alla fine donano una relazione priva di qualità, vivendo tutti in una bolla di opportunismi e di reciproche strumentalizzazioni, camuffate da una parvenza di sentimento.

Una madre anaffettiva “odia” i figli che la pongono di fronte a se stessa, ne odia il coraggio di essere diversi da lei, ne odia la capacità di aver superato i confini emotivi nei quali li ha fatti crescere, arriva a proiettare in loro il proprio vissuto patito in passato nella relazione con i propri genitori mortificanti oppure con un marito vessatorio.

Nascono anche per queste ragioni i cosiddetti figli incompresi, che mio marito definisce essere i “Loopy the loop” dell’infanzia per stigmatizzare che, in realtà, sono dei lupi tanto buonini; vittime invece di un pregiudizio emotivo e relazionale che si porteranno dietro a lungo, nato dal bisogno della madre anaffettiva di mortificarli e di descriverli nell’ambito delle reti familiari e socialmente come qualcosa di altro da se, diversi, magari per la sola colpa di somigliare al padre per esempio e cose del genere e, guai, se questi figli sbottano in qualche manifestazione di intolleranza per non farcela più, perchè è in quel momento che blindano la madre nella sua fortezza del vittimismo e della vittimizzazione. 

E’ molto difficile risolvere un disagio simile in assenza della minima volontà da parte di queste donne, di queste madri, di superare le proprie difese; soprattutto se intorno a loro hanno delle persone che ne rinforzano il proprio raccontarsela.

Ecco l’importanza di essere dei genitori capaci, capaci di superare le proprie lacune, di vincere le proprie intolleranze, di comprendere che i figli hanno bisogno di amore e di affetto reale, non solo di un cuore di mamma…