due parole sulla povertà che, nel nostro Paese, si paga sempre in contanti

Il nostro è quello strano Paese nel quale è meglio puzzare di cacca che di povero. Un vecchio modo di dire popolare che ben spiega l’interpretazione dei più verso chi ha meno.

Si tende infatti e ritenere coloro considerati poveri, di denari, come una sorta di incapaci, dei falliti oppure dei fannulloni vincolati ai sussidi pubblici.

Uno strano Paese, in cui possiamo evidenziare il paradosso dei benestanti che camuffano le proprie ricchezze per varie ragioni e dei poveri che dissimulano la propria condizione per la vergogna di esserlo. Allo stesso modo di coloro che lucrano sulle fatiche altrui e di chi sfrutta ogni forma di sussidio.

La solidarietà in Italia è certamente diffusa, attraverso le varie forme associative di volontariato sia di matrice religiosa che laica ma, anche in questo caso, si possono osservare degli strani meccanismi laddove il gesto di aiuto talvolta diventa un marcatore tra chi dona e chi riceve, dipingendo così le policromatiche uniformi della solidarietà ed i tipici colori della povertà.

Le differenze contano quindi, nella nostra società, ove l’uguaglianza rasenta quasi una mentalità clanica che si riconosce nella propria autoreferenzialità, rispetto a quella equità che permette il rispetto dei diritti di tutti e l’espressione delle risorse individuali.

Il povero di soldi è considerato un diverso, forse più insicuro per le minori certezze materiali, forse imbarazzato per non sentirsi all’altezza di una vita sociale basata sul denaro, forse mortificato dal dover ricorrere a dei sussidi per sopravvivere, specialmente se ha famiglia.

La povertà è anche vista come una condizione di rischio per quei genitori che, per varie cause, non sono “capaci” di garantire ai figli il giusto sostentamento ed i servizi sociali intervengono con un monitoraggio o sostegno e, più raramente, con la sospensione della potestà genitoriale; perché non basta essere poveri per perdere i figli, vi sono altre e più gravi variabili affinché il servizio sociale chieda al tribunale un simile intervento.

Siamo stati abituati sin dal dopoguerra a fuggire lo spettro della miseria che i nostri genitori e nonni hanno in gran parte vissuto e patito dalla distruzione di un Paese che la guerra l’ha persa. Chi è emigrato, chi ha espatriato oltre a coloro che hanno ripreso a lavorare la terra o investito in sé stessi, dai braccianti e mezzadri alle piccole botteghe degli artigiani che di fatto hanno ricostruito il tessuto economico italiano.

Siamo stati abituati a riconoscere nella povertà alcune tipiche “etnie” dedite all’accattonaggio, oppure quelle sacche sociali più emarginate sia per una scarsa scolarizzazione che per l’ubicazione periferica e sub periferica delle loro abitazioni, prima baracche, ben diverse da quelle delle zone più centrali delle città.

Per molte generazioni sin dal dopoguerra, la povertà era sinonimo di miseria, ma non sono in realtà la stessa cosa; la povertà è una condizione personale dalla quale si può uscire perchè il Paese offre le opportunità per farlo se si ha desiderio di evolversi mentre la miseria, oltre ad essere una condizione personale, è aggravata da una situazione sociale che impedisce di migliorare e progredire verso un maggiore benessere anche in presenza dei requisiti idonei per investire nelle proprie risorse.

Nella nostra Famiglia abbiamo il ricordo dei nostri nonni che si mettevano nel fazzoletto in tasca le briciole del pane avanzato raccolte minuziosamente dal tavolo, persone che hanno combattuto la prima guerra mondiale e vissuto la seconda, oppure dei nostri genitori bambini o adolescenti durante quel periodo privati sostanzialmente di tutto, i cui ricordi sanno di Balilla e di Figli della Lupa, di fascisti in casa e di tedeschi alla porta, di aiuto agli amici e colleghi ebrei e della difficoltà di mangiare, per i quali la prospettiva della sopravvivenza era al giorno dopo.

Persone che hanno ricostruito il Paese con le loro risorse, tra i quali molti hanno rinunciato al desiderio di una formazione per andare a lavorare appena dopo la terza o la quinta elementare e sostenere la famiglia, mentre altri hanno avuto la fortuna di poter acquisire quel famoso pezzo di carta, il Diploma, oggi considerato quasi scontato ma un tempo vanto e gloria di chi poteva dire che il proprio figlio era un geometra o che la figlia sapeva stenografare o battere a macchina.

Sartine o vincitori di concorso, erano coloro che finita la guerra avevano un futuro quasi sicuro grazie da un lato a quanto imparato a fare e dall’altro grazie alla raccomandazione per diventare carabiniere, poliziotto, militare o altro che garantiva la fortezza del lavoro statale anche in presenza della sola quinta elementare.

Noi stessi siamo cresciuti con la forte spinta dei nostri genitori a studiare, a prendere quel pezzo di carta spesso limitato alla terza media per i figli meno volenterosi, per i quali vi era il libretto di lavoro e la possibilità di partecipare al sostentamento della famiglia svolgendo i cosiddetti lavori meno qualificati che al tempo offrivano comunque molte garanzie una volta giunto il contratto a tempo indeterminato prima dei venti anni di età.

Oggi, nella nostra società, i poveri rischiano di finire in miseria anche in presenza sia dei sussidi più moderni, come il reddito di cittadinanza per esempio, che delle tante opportunità sociali di progresso e di miglioramento delle proprie condizioni. Questo perchè vi è un forte marcatore di diversità tra l’immagine sociale del benessere e quella del disagio a causa delle comune spinta verso l’identificazione nel benessere economico come un traguardo di riconoscimento di sè stessi tale da soddisfare ogni esigenza oltre il sostentamento e la sopravvivenza.

Il reddito di cittadinanza, al netto degli imbroglioni, è stata una scelta intelligente degna di un Paese civile, gestita politicamente male perchè se da un lato si è consentita la sopravvivenza di molte famiglie in difficoltà, dall’altro si persiste a considerarle “diverse” impedendo loro una completa autonomia sull’importo ricevuto come forma di sostegno, invece vincolato sia ai limiti di spesa che di prelievo tanto che alcuni si sono sentiti trattare da incapaci o al pari di coloro che con quei soldi hanno invaso i centri scommesse continuando a condurre la via del disagio, senza vedere in questo sussidio quel ponte utile per migliorare.

La povertà diventa perciò strumento politico di consenso o di dissenso e, non più, una condizione personale che non deve sfociare nella miseria. Specialmente ove si mette il dipendente che lavora sodo contro il disoccupato che fa la spesa con il reddito di cittadinanza, quasi considerato uno sfruttatore oppure un vagabondo.

Diversamente dal passato oggi si può cadere in disgrazia per mille diverse ragioni oltre l’ignoranza o le scarse risorse individuali, osserviamo infatti molte persone che hanno vissuto per anni nella cosiddetta classe media ritrovarsi a dormire in auto oppure a chiedere un sostegno; una condizione alla quale non sono abituati perchè avevano la loro casa, la loro famiglia, il loro lavoro e l’organizzazione della propria giornata era basata su questo e, non, sul sopravvivere vergognandosi della propria condizione attuale.

Nuovi poveri che desiderano distinguersi da chi povero lo è sempre stato e si è rassegnato a questo, perdendo stimoli ed ambizioni e adagiandosi ad un progressivo peggioramento fino a perdere completamente fiducia nelle proprie risorse.

Nuovi poveri che hanno perduto in alcuni casi la famiglia stessa, gli amici ed i colleghi oltre il saluto di circostanza o il sorriso di commiserazione, magari gli stessi che prima li hanno aiutati con dei piccoli prestiti o, talvolta, permettendogli di fare una doccia sapendo che non hanno più casa, fino al distaccarsi col tempo perchè, appunto, sono ormai vite diverse.

Nuovi poveri che diversamente dalle sacche della povertà cronica non fanno “gruppo” bensì si isolano sempre di più, fino a diventare dei fantasmi, invisibili alla società civile e pian piano dimenticati.

La povertà nel nostro strano Paese si paga, sempre, in contanti. Perchè non vi è alcuna possibilità di credito per coloro che hanno perduto ogni requisito di garanzia, non vi è una abitazione dignitosa da poter affittare ma solo quelle popolari eventualmente, non vi è la possibilità di un mezzo di trasporto per le stesse ragioni, non vi è nessuna opportunità di cura dei denti e, proprio il sorriso, è la prima risorsa che si perde tra l’espressione rattristata dalla condizione vissuta e l’impossibilità di pagarsi le costose cure dentali.

Il povero desideroso di lavorare incontra purtroppo spesso molti datori che sfruttano la sua vulnerabilità, raggiungendo dei contratti estorsivi o il compromesso della riduzione dei diritti contro il piatto di pasta.

Per quanto sopra essere poveri, in Italia, equivale al forte rischio di cadere nel vortice della miseria.

E’ importante non abbattere i ponti sociali tra chi desidera recuperare una dignità, sia personale che sociale e coloro che possono rappresentare una opportunità per farlo. Non si tratta solo di solidarietà verso chi ha meno bensì della piena consapevolezza del significato di povertà per chi è caduto in disgrazia indipendentemente dalla cause e si ritrova ad annaspare una sopravvivenza difficile, restando onesto.

Proprio l’onestà dovrebbe essere la più importante bandiera per chiunque, in un Paese degno di questo spessore morale e sociale ma, invece, nel nostro strano Paese, gli onesti ed i leali sono quasi considerati degli imbecilli, tanto che proprio l’onestà e la lealtà si trasformano in una delle ragioni per le quali alcuni cadono in disgrazia…