dalla fuga dall’empatia al rifugio nell’odio

L’incapacità di affrontare le proprie debolezze e le sofferenze spinge molti a proiettare negli altri la propria intolleranza alla infelicità, alla frustrazione, alla insoddisfazione di una vita evidentemente priva di gioia; non si tratta solo dell’emozione dell’invidia verso chi invece appare più sereno bensì si trasforma in una sorta di bisogno di odiare che supera i confini del cosiddetto “guardar male – voler male”.

Stiamo perdendo il riconoscimento di noi stessi negli altri da noi, stiamo abbandonando l’opportunità dell’empatia come risorsa di ogni comunità sociale e della espressione individuale del sentire l’altro, sviluppando così il giusto confronto reciproco che consente di mutuare le necessità e di compensare i bisogni.

L’odio diventa perciò un facile rifugio per tutti coloro che adottano il vittimismo per giustificare le proprie lacune e, in questo modo, danno vita alle dinamiche della vittimizzazione che creano quell’ammassamento di frustrati ammaliati dal miraggio di essere un insieme, una comunità, invece di una mera massa di egoismi e di debolezze. Questo odio necessita poi del classico capro espiatorio, del diverso sul quale proiettarne il peso per liberarsi da una vita di insoddisfazioni credendo che, denigrando l’altro, si possa lodare sé stessi.

Basta osservare le persone che incontriamo, fare un giro di orizzonte nella società, per evidenziare quanti pochi siano i gesti di benevolenza sinceri, quanto rara sia la volontà di incontrarsi rispetto alla coltivazione dei motivi per non farlo, fino ai tipici meccanismi dell’ipocrisia dello stare insieme per provocarsi ed auto-provocarsi con il risultato della sola strumentalizzazione delle amicizie o della commercializzazione dei sentimenti.

Una perenne fuga dalla possibilità di porci e porre in discussione, affrontare e superare un disagio e finalmente star-bene. Cosa ben diversa dal solo benestare o dal benessere materiale, ragione per la quale “anche i ricchi piangono”.

Cosa ci impedisce, quindi, di essere felici e di non fingere più di esserlo o di basare la sola nostra gioia sulle disgrazie altrui, possiamo chiederci.

Riflettiamo sul fatto che liberarsi dal peso dell’odio richiede l’assunzione della responsabilità dell’amore, verso noi e gli altri da noi, del semplice approcciarsi alla vita di comunità con la piena fiducia in noi stessi e non con la diffidenza verso gli altri.

L’amore non è solo un sentimento espresso in modo privato e personale, come accade nelle coppie, può invece essere una risorsa esistenziale laddove ci aiuta a superare il nostro dolore e riconoscere nella proprietà del “volersi e voler bene” quello strumento utile per accogliere la soluzione che invece fuggiamo, quella dentro noi stessi; altrimenti avremo sempre bisogno di un guru che ci indichi la via e, il più delle volte, i tanti guru sono solo dei deboli in fuga che sfruttano le debolezze altrui.

L’amore, inteso come responsabilità dell’intelligenza delle emozioni, quelle che di fatto regolano nel bene e nel male la nostra vita, salvo coloro che giocano a fare i freddi ed i duri per poi riconoscersi schiavi del proprio affamato egoismo che, di fatto, li rende solo felici a breve termine, come una sorta di drogati dell’invidia e delle ambizioni senza confini.

L’amore verso la vita, anche quella pregna di ostacoli che tutti noi affrontiamo ogni giorno, è la fonte propulsiva che ci consente di comprendere appieno il significato di empatia ed il senso di comunità, anche in coloro che amano la solitudine o che conducono una vita più riservata.

Possiamo educarci ed educare i nostri figli in tal senso, al resto del mondo possiamo solo offrire il confronto dell’esempio dei sorrisi che l’assenza di odio e di invidia rendono liberi e sinceri, ma questo non significa che non vi siano, tutti i santi giorni, i motivi per allearsi all’odio e per fuggire le sofferenze ed ecco l’importanza della tolleranza.

Tolleranza, non passività o sottomissione. Non è alleandosi al male che il male scompare, allo stesso modo non è entrando in una “banda” di deboli che odiano, forti della sola massa, che diventiamo capaci di forza propria.

Occorre saper fare una scelta e per saperla fare dobbiamo comprendere i contenuti della realtà, non di ciò che ci raccontiamo per fuggirla. Tutto questo rappresenta quel disagio esistenziale o relazionale che molti manifestano proprio tramite le dinamiche dell’odio, dell’invidia, del “guardar male – voler male”.

Ognuno di noi è in grado di diventare ricco di tolleranza, capace così di porsi in discussione senza il filtro della menzogna, ma per farlo è importante prima di tutto riconoscere la propria sofferenza e tra queste l’assenza di empatia come segnale di un disagio che progressivamente ci porterà al gregge delle dita puntate, cibato dal solo pregiudizio e da quella arroganza che si sviluppa dall’ignoranza emotiva e relazionale, non solo culturale.

L’amore rende forti i figli, non delle mammolette coi cuoricini di zucchero filato come molti temono, li rinforza perchè li libera dal bisogno di odiare, perchè gli permette di riconoscere gli altri da sé anche nelle loro peggiori espressioni, capaci così di fare selezione tra ciò che sanno di voler accettare e condividere e quello che invece hanno la forza di rifiutare.

Un bambino amato è un figlio sereno. Coloro che ancora credono che solo tramite la mortificazione e le privazioni affettive si possa crescere un figlio forte, sono rimasti vincolati alla fuga dalla propria debolezza, diventando così i bulli di sé stessi.

Un bambino amato è forte di empatia, non incapace di difendersi e di difendere, perchè saprà dosare le proprie risorse anche offensive se occorre e, non, scatenare la rabbia o il bisogno di odiare.

La vita è una opportunità meravigliosa che prima o poi finirà, questa è la sola certezza che abbiamo, esorcizziamo così la paura della morte in mille modi diversi e, tra questi, il cattivo egoismo, l’inutile invidia, il pesante odio verso chi sembra affrontare la vita in modo migliore.

La paura della morte impone solo la vigliaccheria del vivere e, cercare dei maestri di vita per capirne il senso, può essere utile solo quando impareremo ad essere gli alunni della nostra esistenza, altrimenti si rischierà solo di ripetere gli anni senza imparare nulla, per poi ritrovarsi alle “serali” del fine vita ed essere bocciati.

Assumiamoci, tutti noi, la responsabilità dell’intelligenza ed il desiderio di essere felici, il quale inizia dal riconoscere la gioia altrui come una opportunità e non lo specchio del nostro malessere.

Impariamo a vivere sereni, donando ai bambini l’esempio della pace senza trasformarli nella fotocopia degli adulti incapaci di essere felici…