due parole sull’uso pacifico della guerra…

Da quando è iniziata la cosiddetta operazione militare speciale di Putin in Ucraina, si parla di guerra usando la pace come alibi di ogni nefandezza bellica manifestata dall’uso delle armi in mano ai combattenti in teatro, come accade in ogni conflitto, perchè la guerra stessa annulla ogni significato di pace e confonde gli aggressori con gli aggrediti tra i colpi esplosi ed i cadaveri ignoti, in attesa di morire anche burocraticamente una volta e se identificati.

Ascoltiamo i dibattiti televisivi tra generali, esperti di stategie geopolitiche e giornalisti oltre a qualche commento di chi prova a donare il buon senso della realtà sul campo, incontrando talvolta la supponenza di coloro che della televisione hanno fatto il proprio campo di battaglia partitica, rifugiandosi nella locuzione di Vegezio “si vis pacem para bellum“, il cui significato si espone in realtà a diverse interpretazioni, nella speranza di darsi un tono.

La pace è una cosa seria che non può essere delegata al banale impiego delle armi, grazie al quale chiunque diventa un generale, perchè richiede la responsabilità dell’intelligenza a lungo termine e non solo la scaltrezza bellica delle singole battaglie.

La pace necessita della sua piena coscienza in termini di prevenzione dei conflitti, ad iniziare da quelli micro regionali fini ai territori contesi, sia da parte di chi ha ruoli di governo che dai cittadini comuni che sfilano nelle marce contro la guerra dopo aver fatto il pieno alla macchina, contribuendo ad una delle ragioni delle guerre stesse.

La guerra la scatena perciò chi apre il fuoco ed invade un territorio ma, riflettendoci, la inneschiamo tutti noi con il nostro stile di vita che supporta le esigenze geo-strategiche di quelle nazioni che non possono permettersi di perdere potenza nei confronti delle altre potenze.

La pace è infatti spesso sinonimo di umiltà sotto tutti i profili, anche materiale, ma difficilmente l’occidente sarebbe disposto a rinunciare al potere economico per far spazio alla pace stessa, rappresentata da quei cittadini costretti a camminare per centinaia di chilometri come fardelli umani in cerca di una via di fuga dalle bombe.

Le armi non hanno mai una bandiera e non si schierano verso nessuna onorevole parte in conflitto, non hanno onore se non nella loro presunta ed abusata tacita espressione di forza, da parte di chi le mostra a monito di guerra per mantenere una pacifica belligeranza.

La propaganda giunge inoltre nei salotti televisivi e manifesta il suo ruolo strumentale delle guerre e nelle guerre, in cui i giornalisti inviati in teatro faticano a raccontare il vero perchè sono accreditati dalle parti in conflitto e non possono avere lo spazio di verità che vorrebbero, anche contro chi spande letame sulla storia cosciente del suo stesso revisionismo.

Dovremmo essere tutti noi, cittadini liberi e democratici, a combattere per la pace inziando a porci in discussione per comprendere quanto siamo in realtà cobelligeranti all’interno di quel potere in conflitto tra le grandi potenze, le quali influenzano altresì le strategie geopolitiche mondiali ma, per far questo, necessitamo di una cultura di pace che inzia dal desiderio di sconfiggere la sempre più insorgente omologazione alla diffusa ignoranza.

Noi, cittadini comuni, tra coloro che usano la parola pace per giustificare la guerra e chi crede veramentre che uno Zorro ucraino stia sbeffeggiando il russo sergente Garsiosky, facendogli la Z sui carri armati con la spada.

Noi, gente qualunque, consapevoli che, la guerra, la combattono ancora i poveri, in nome dei ricchi…

Riflettiamo…

S&F