Babbo, ci insegue la Polizia…

Domenica 10 aprile 2022 siamo giunti a Livorno provenienti da Baratti, località nella quale facciamo regolarmente tappa nel corso del nostro viaggiare a bordo dello storico pulmino vetrato, quando abbiamo sentito il suono delle sirene e credendo che fosse quello di una ambulanza ho rallentato ed accostato a destra per favorirne la corsa.

Non era un mezzo di soccorso ma delle auto della Polizia a sirene spiegate, con i lampeggianti accesi e le palette esposte dal finestrino dirette verso di me, intimandomi di fermarmi anche se ero già fermo ma sempre con il motore acceso, motivo per cui una volta scesi mi hanno gridato di spegnere il mio furgone.

Sorpreso di tutto questo, ho chiesto agli operatori di ridurre quel dispositivo composto da più agenti, con una pattuglia posta di traverso davanti al mio mezzo ed una dietro per impedire una fuga e con il tipico atteggiamento operativo, ben diverso dal classico controllo stradale di polizia.

Ho quindi indicato la presenza di mia moglie in avanzato stato di gravidanza e dei nostri quattro figli, uno dei quali ben visibile perchè era accanto a me, lato passeggero invitando tutti alla massima calma possibile.

Ci hanno chiesto i documenti dei bambini dicendo che avevano ricevuto una segnalazione dalla loro centrale operativa e, a quel punto, ho fermamente chiesto delle maggiori informazioni in tal senso per capirne meglio l’origine e le ragioni per le quali eravamo stati inseguiti e bloccati di fronte agli occhi dei numerosi passanti diretti o di ritorno dal mare, atteso che ci trovavamo in Piazza Luigi Orlando verso il lungomare livornese, paradossalmente proprio di fronte alla casa in cui ho trascorso la mia infanzia.

I miei figli sono abituati ad interagire con i Carabinieri o la Polizia, con i quali ho collaborato a lungo ed ho avuto modo di interfacciarmici in più occasioni, stimano gli appartenenti alle forze dell’ordine e sono curiosi dei loro mezzi e dei colori di istituto, per cui sono stati i primi a sorprendersi di quell’atteggiamento mirato a confinarci e controllarci e, per ridurre lo stress, ho chiesto agli agenti di poterli farli scendere dal mezzo per qualche minuto, ricordando ai bambini la mia casa d’infanzia, anche perchè eravamo sotto il sole e faceva caldo e nulla sembrava cambiare a breve.

Il blocco è durato quasi tre ore, durante il quale il dispositivo attivato non è mai mutato, ovvero le auto della Polizia sono rimaste nella posizione di blocco all’americana del mio mezzo e noi sostanzialmente costretti ai movimenti ridotti; tempo durante il quale ho incessantemente chiesto i motivi di un simile trattamento, per quanto gli operatori avevano ridotto i toni e nessuno si è comportato male in alcun modo.

In quasi quaranta anni di esperienze non mi era mai capitato di essere inseguito e bloccato in questa maniera e, tale fatto, ha stimolato in me non solo un disagio ma la ferma volontà di capirne i motivi.

Gli agenti dopo aver giustificato l’evento come frutto di una segnalazione hanno quindi mutato l’intervento in un banale controllo stradale di polizia e, tutto ciò, ha rinforzato il mio desiderio di saperne di più rispetto a chi lo ha attivato, anche perchè a nulla ha portato. Nulla mi è stato infatti contestato sotto nessun profilo, nessuna multa e nessuna violazione, al netto di un problema sul documento duplicato della patente risolto con l’intervento di due motociclisti della Polizia Municipale chiamati da uno degli agenti che hanno confermato agli agenti stessi la regolarità del mio permesso di guida, originato a Livorno nei primi anni ottanta.

L’intervento sembrava perciò mirato proprio a bloccarmi in quel modo, una situazione che ha creato disagio in tutti noi, anche dopo quando degli amici ci hanno chiesto le ragioni perchè passando hanno visto il nostro ampio mezzo e le auto della polizia intorno e, questi, tornavano dal corteo commemorativo la strage del Moby Prince, svoltosi nelle vicinanze.

Una volta terminato quella sorta di teatrino ho immediatamente scritto alla centrale operativa della Polizia per avere accesso agli atti ed estrarre copia delle relazioni di servizio degli operatori intervenuti, come la norma consente, augurandomi di ottenerle in futuro.

La nota di interesse riguarda il fatto che tutto ciò è avvenuto dopo soli tre giorni dal deposito di un documento presso la locale Procura riguardante dei fatti datati anni ottanta, quando ero in servizio nelle amministrazioni dello Stato, con la richiesta di acquisire degli atti presso le locali caserme al fine di raggiungere una verità invece ostacolata proprio dal filtro dell’accesso ridotto a talune informazioni.

Già negli anni passati, sempre a Livorno, è accaduto che ad ogni mio coinvolgimento in qualche testimonianza o istanza giudiziaria riguardante quei fatti storici, nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato oggetto di segnalazioni o accuse poi dimostrate infondate, le quali hanno però generato e rinforzato un pregiudizio sociale che ha creato non pochi danni.

Coincidenze probabilmente, ma anche questo ultimo evento ha rappresentato non solo una fonte di stress della quale avremmo fatto volentieri a meno, ma contiene nelle sue dinamiche e nelle ambigue ragioni, ancora prive di una reale spiegazione, quel messaggio induttivo a temere che qualcuno possa ancora abusare del proprio ufficio per agire queste forme di segnalazioni, utilizzando di fatto degli ignari operatori che hanno svolto il proprio lavoro su comando del proprio livello superiore, ritrovandosi nell’imbarazzo di dover camuffare una segnalazione in un improbabile controllo stradale, al pari dei classici controlli di polizia lungo la strada, quelli in cui gli agenti li vedi in piedi davanti ai loro mezzi e non ti inseguono da dietro con le sirene ed i lampeggianti.

Sono arrabbiato, non con gli operatori intervenuti, ma con questa situazione che ci rende ancora nel 2022 vincolati ad una forma di abuso che nemmeno le condanne definitive di chi li ha già agiti in passato sembrano fermare.

Gli amici che hanno assistito per pochi minuti all’evento ne hanno tratto una sensazione differente dal vedere il classico controllo stradale, con il risultato che hanno preferito assumere la classica prudente presa di distanza e, questo, è comprensibile, perchè proprio quel tipo di immagine rende ambigua la mia immagine e quella della nostra sana Famiglia.

Il risultato ottenuto è infatti quello della paura, del pregiudizio, del “sembra che”, lasciando spazio ad ogni interpretazione fantasiosa per chi ha visto quel tipo di inseguimento ed un blocco durato tre ore, ai quali è difficile fargli credere che si è trattato solo di un banale controllo stradale di Polizia.

Abbiamo scelto di rimodulare il progetto di rientrare a Livorno per qualche tempo, la paura ha vinto, ma osservare il disagio di mia moglie e dei nostri figli è stato un confronto importante che mi ha indotto a rinunciare a quanto stavamo portando avanti.

Mi auguro di ricevere qualche documento dalle autorità di Polizia, per comprendere i motivi di un inseguimento del quale si è accorto mio figlio, dicendomi:…“Babbo, ci insegue la Polizia”…

Rimane in noi il forte rispetto di ogni polizia dello Stato, cosciente che al loro interno vi è presumibilmente qualcuno che abusa degli strumenti del proprio ufficio per tutelare degli interessi diversi da quelli di istituto, contro il quale i nostri esposti sono rivolti per giungere finalmente ad una sintesi di queste annose vicende.

Pensando al figlio che nascerà tra poche settimane, con mia moglie abbiamo sorriso, riflettendo che non è ancora nato e già lo ha inseguito la polizia. Ove il sorridere ci aiuta ad elaborare la paura, perché anche questo evento ha dimostrato quanto si può essere vulnerabili…

F.P.