Fabio Piselli. “La ragione delle mie ricerche nella ricerca delle mie ragioni”…

Perché un uomo adulto di 54 anni, serenamente sposato e Padre di quattro figli in attesa della nascita del quinto, è ancora coinvolto nel 2022 in fatti giudiziari che riguardano degli eventi accaduti ben oltre trent’anni prima, tanto da subire delle conseguenze anche gravi per ottenere le prove della propria innocenza?

Quale è quindi, il significato sociale e psicologico dell’innocenza contro delle false accuse, contro una ingiusta prigionia patita nel 1988 per un fatto risalente al 1986, in forza di un mandato di cattura firmato da un magistrato che sarà poi esso stesso arrestato e condannato in via definitiva?

Può, questa ricerca di innocenza, essersi trasformata in una pesante condanna sulla vita di un uomo e della sua Famiglia?

Domande che mi sono chiesto più volte, che mia moglie ha chiesto, le cui risposte necessitano di essere trovate all’interno di una profonda analisi dei fatti storici e della realtà attuale, la cui sintesi non offre una immediata soluzione ai quesiti ma consente di comprendere meglio le ragioni delle mie ricerche nella ricerca delle mie ragioni.

Eventi che meritano il desiderio e l’interesse da parte di una opinione pubblica di conoscere e riconoscere la progressiva serie di fatti e di circostanze senza saltare la linea del tempo, senza soffermarsi solo su quelle notizie di stampa che riguardano il coinvolgimento di Fabio Piselli in più fatti, dalla strage del Moby Prince alla falange armata, con il rischio di confondere la ricerca della propria innocenza in una sorta di mitomania, come tale millantata da parte di chi usa ed abusa del proprio ruolo per divulgare una notizia deviante e mirata a delegittimare chi punta il dito contro un settore dello Stato che cela o ha celato al suo interno coloro i quali hanno partecipato al percorso, sostanzialmente eversivo, iniziato negli anni ottanta e concluso con il mutamento politico del 1994.

Ritengo importante offrire oggi questo confronto per comprendere i motivi per i quali un minorenne in uniforme, come tale ero nel 1985, si è ritrovato in qualcosa di molto più grande diventando una smagliatura da disattivare e, questo, è stato fatto tramite una delle risorse abusate da chi ha avuto modo ed opportunità di utilizzare gli strumenti operativi del proprio ruolo nelle amministrazioni dello Stato, all’interno di un quadro di eventi che la storia ci dirà poi essere ben più grandi di quanto ho personalmente patito.

La stessa storia di quegli eventi sui quali ancora oggi vi sono delle indagini aperte, tali perciò da rendere attuali i fatti datati, rendendoci così tutti dei cittadini senza età di fronte ad una Giustizia inquinata da parte di chi avrebbe dovuto invece tutelarla.

Come attive sono le misure di tutela adottate da chi sin dagli anni ottanta ha inquinato quelle amministrazioni dello Stato in cui ha operato e forse opera ancora, anche se gli anni impongono l’ipotesi di un avvenuto o imminente pensionamento, ovvero lo stesso abuso delle risorse pubbliche aggravato dal fatto che sin dal 1994 questi sono i vincitori, dopo quanto accaduto sino ad allora e, noi, i perdenti.

Non dobbiamo infatti dimenticare la linea del tempo della storia, al fine di non saltare quei passaggi importanti che hanno caratterizzato il mutamento politico del nostro strano Paese, nel quale la memoria degli adulti è simile al pongo dei bambini, con il risultato di offrire al futuro una realtà spesso priva della reale immagine del suo passato.

Mutamento politico avvenuto nel 1994, anche grazie a quanto posto in essere da dei soggetti appartenenti alle amministrazioni della Difesa e degli Interni coinvolti in un progetto caratterizzato dalla complementarità tra le attività criminali, eversive e di guerra psicologica coltivato sin dal 1985 e sviluppato dal 1987, anni durante i quali ho indossato l’uniforme e vissuto negli ambienti nei reparti e nelle località ove gravitavano coloro i quali sono stati sospettati di aver deviato i doveri del proprio ufficio, partecipando al percorso che ha portato a quanto patito in quegli anni e fino alle stragi siciliane e continentali, dopo le quali vi è stata la messa in sonno del 1994 di un progetto che aveva raggiunto di fatto i propri obiettivi.

Non ho mai preteso di avere e di avere avuto delle dirimenti verità, ma ho capito in quegli anni che ero stato coinvolto in qualcosa di diverso dal normale percorso di carriera dalla Scuola Sottufficiali dell’Esercito alla Brigata Paracadutisti Folgore e, pur non comprendendone lo spessore ed i pericoli, ne ho rapportato i segnali al mio livello superiore, ritrovandomi ad essere una di quelle smagliature da disattivare mentre ho prestato servizio nei paracadutisti a Livorno ed in altri reparti in Emilia Romagna nel bel mezzo di quelle gesta criminali poste in essere da soggetti provenienti sia dai reparti paracadutisti che in servizio nella Polizia di Stato, i quali si sono resi protagonisti di un periodo terribile, caratterizzato da degli efferati omicidi e rapine tali da destabilizzare un territorio, momento in cui prende forma il progetto della operazione falange armata che nasce proprio negli ambienti militari livornesi con le loro proiezioni nei servizi segreti grazie al transito di alcuni militari dalla Folgore al Sismi, in un settore poi divenuto oggetto di alcune indagini inerenti i periodi stragisti del nostro Paese.

Può, un ragazzotto in uniforme, aver avuto qualche ruolo per ottenere una attenzione particolare da parte di queste devianze all’interno degli apparati dello Stato?

Non un ruolo, è la giusta risposta, ma la capacità di analisi e di osservazione di un quadro di insieme da un punto di vista ottimale, come quello interno all’ambiente militare e nella posizione che avevo o nella quale ero stato posto proprio in ragione della mia singolare carriera militare ove, pur senza comprendere l’entità degli eventi, avevo comunque capito che questi non erano compatibili con un regolare percorso di caserma e di reparto oppure operativo rispetto ai compiti di istituto come, del resto, la mia attività in uniforme non aveva avuto un percorso pari a quello dei mei colleghi di reparto nel quale ero incorporato ma in cui non prestavo servizio e, su questo, scriverò un futuro articolo.

Mi hanno disattivato con un falsa accusa datata 1986, trentasei anni or sono, fatti su cui scriverò altresì un dettagliato articolo, la quale ha avuto uno sviluppo anomalo che ha portato alla emissione di un mandato di cattura firmato nel 1988 per ragioni cautelari, ovvero per evitare sia la reiterazione del reato che il pericolo di fuga, mentre lavoravo nello e per lo Stato, siglato da un magistrato che ritroveremo negli ambigui atti della strage del Moby Prince e che anni dopo finirà in carcere egli stesso.

Mi sono ritrovato a nemmeno venti anni di età dentro un supercarcere, da innocente, con una mentalità militare nata dagli anni trascorsi in uniforme e proiettato in un clima di eventi molto più grandi di me ai quali sono letteralmente sopravvissuto, sia fisicamente che psicologicamente, pur patendo le conseguenze di quello che ho definito essere il trauma delle sbarre innocenti.

E’ importante capire che se tutto questo avesse riguardato due singole controparti private, una che accusa ed una che si professa innocente, si sarebbe risolto in qualche modo nel giro di poco tempo, non dei decenni ed avrebbe comunque riguardato dei civili per fatti sostanzialmente civili. Invece sono trascorsi quasi quaranta anni e si evidenziano in tali eventi le tracce di un coinvolgimento in fatti militari e posti in essere da militari e da operatori di polizia, provenienti dallo stesso ambiente in cui ho lavorato, non lontano dal perimentro di quelle gesta degli anni ottanta e dei primi anni novanta alle quali ho fatto accenno.

Non ho mai preteso di aver capito qualcosa sulla uno bianca rispetto che sulla falange armata, in quegli anni ero stato indirizzato verso un ex carabiniere paracadutista che in Emilia Romagna stava ponendo in essere dei fatti simili e propedeutici a ciò che poi diventerà la bandiera di guerra della cosiddetta uno bianca che sarà sventolata da coloro protagonisti della operazione falange armata per lungo tempo, da parte del mio livello superiore come ho dettagliatamente relazionato alle autorità antimafia ed antiterrorismo che mi hanno chiamato a testimoniare quel periodo, nel corso delle loro indagini sulla falange armata.

Quel che cerco con la mia lotta sono le prove materiali e tecnicamente spendibili in una richiesta di Giustizia tali da dimostrare la mia innocenza attraverso le corrette procedure di legge, per i motivi che mi hanno portato ad essere un prigioniero e, non, un detenuto. Questo perchè sono stato fatto prigioniero da altri soldati in una sorta di guerra intestina ai reparti dello Stato e, come tale, mi definisco.

Prove che si celano dentro gli ambienti militari e di polizia in cui sono ancora oggi nascoste quelle notizie utili a comprendere le dinamiche che hanno portato dei militari e dei poliziotti a compiere delle gesta eversive camuffate da mere rapine e dai tanti omicidi che non possono essere giustificati con il bottino delle rapine, in un clima politico compreso tra la seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta in pieno mutamento nazionale ed internazionale, stabilizzato poi nel 1994 con la salita al trono di un potere sul quale vi sono oggi delle indagini aperte, con accuse gravissime su un ex premier presumibilmente coinvolto in fatti di strage.

Darmi del mitomane è la formula più semplice da spendere per delegittimare le ragioni di una ricerca che superano i miei personali motivi della ricerca delle mie ragioni, perchè il mio piccolo evento si inserisce in fatti molto più grandi.

Occorre perciò approcciarsi a tutto questo con la capacità di osservare un quadro di insieme ampio e purtroppo confusivo, occorre infatti la conoscenza della storia, il desiderio di riconoscere nei vari passaggi quei segnali politici che hanno caratterizzato la storia stessa, anche sotto forma delle ingerenze da parte di una entità che si è resa protagonista di fatti di sangue e destabilizzanti gravissimi, sia tramite la mera manovalanza che li ha posti in essere, militari e poliziotti oltre al presunto coinvolgimento della criminalità organizzata, che la tutela offerta da quello che ho definito nelle mie testimonianze avante le DD.AA. essere un sotto-sistema integrato allo Stato di carattere eversivo ma che ha ormai, sin dal 1994, stabilizzato la propria natura e normato di fatto i propri obiettivi; coltivando in tanti anni i nuovi operatori delle varie amministrazioni istituzionali nel sistema stesso, non più interpretato nella sua forma originale.

Sono ancora una oggi una sorta di smagliatura da disattivare, perchè ancora oggi punto il dito sui meccanismi interni allo Stato che hanno prodotto questa nuova politica tramite gli eventi militari e di polizia ai quali ho in allora partecipato come uomo nello e dello Stato e come persona che ha patito le reazioni di chi ha avuto, e tuttora ha modo ed oportunità, di abusare degli strumenti dello Stato stesso, i quali sono coloro che hanno in pratica vinto quella guerra intestina che mi ha visto, giovanissimo, ben radicato al giuramento di fedeltà che ho più volte fatto alla Democrazia e, non, ad una ideologia politica che caratterizzava parte di chi calzava il mio stesso basco.

Ho, insieme alla mia Famiglia, il bisogno anche psicologico della verità sulla mia innocenza e questo non per un mero senso di rivalsa sociale o psichica, bensì per donare ai sacrifici di tutti questi anni il giusto valore, ivi compreso le sofferenze che nostra figlia Matilde vive a causa del danno assonale che si è sviluppato dal trauma cranico di tre anni fa, quando uno sconosciuto che monitorava la nostra casa ha con-causato la sua caduta mentre stava fuggendo via. Ove di sconosciuti intenti a monitorarci ne abbiamo segnalati e consegnati diversi alla polizia nel corso del tempo, tutti a vario titolo referenti a soggetti interni ai fatti storici ai quali ho fatto accenno.

Sarei paradossalmente contento se tutto questo si limitasse realmente ai confini della mitomania, della millantata patologia, perchè sarebbe facile compensarne i disagi con due pilloline che mia moglie mi darebbe volentieri ma, purtroppo, ancora oggi si evidenziano quei segnali che superano di molto il solo desiderio di innocenza.

L’innocenza di cui parlo ha un valore importante che non ha nulla in comune con la reputazione, riguarda il desiderio di offrire ai miei tanti figli un futuro scevro del passato del Padre, soprattutto laddove ingerisce nel loro progressivo presente…

F.P.